I primi dieci anni sono i più delicati, e vanno affidati agli istruttori più esperti, che di un bambino conoscono il carattere, le necessità e le motivazioni, e non solo le abilità per lo sport.

Gli errori non sono tutti uguali e ci sono quelli facili da risolvere. chi, dopo essere stato ammonito a non ripeterlo, lo compie ugualmente a svantaggio della squadra, esce. Stessa soluzione per chi boicotta i compagni o vuole sfidare l’allenatore.

Ci sono giovani che sembrano accettare tutte le ragioni, promettono di cambiare, ma poi ritornano sugli stesi errori e le stesse trasgressioni. Se si vuole attuare una correzione che abbia effetti duraturi e cambi il carattere, o almeno anche solo le abitudini, non basta sapere su cosa

Nello sport si sente spesso parlare di punizione per una sconfitta o per un errore magari involontario o non evitabile per rispondere a una richiesta che non può essere soddisfatta, ma ha ancora senso punire per formare degli adulti?

Chiunque, compreso il bambino, quando trasgredisce deve andare incontro a una conseguenza certa, altrimenti può convincersi di essere sempre nel lecito o di essere autorizzato a spadroneggiare su chiunque. Non è, però, più il caso di parlare di punizione, anche se qualche volta non è un delitto perdere la pazienza. È diverso, invece, quando si usa la punizione come metodo educativo e formativo, perché impoverisce il rapporto, rende chi la subisce impermeabile anche agli apporti educativi corretti e non lo porta mai a una libera espressione delle proprie qualità.

Chi adotta questi metodi manifesta i condizionamenti e gli errori di tutti gli altri rapporti educativi, e di solito porta nello sport la reazione a prevaricazioni che subisce altrove. Vuole stimolare facendo “come ha sempre fatto” o come “fanno tutti”, e crede sia sufficiente perché l’allievo rinunci alla trasgressione per assumere subito l’atteggiamento voluto. In pratica, vorrebbe segnalare distanza, disistima e delusione, e umiliare l’allievo perché la reazione produca una risposta positiva.

Può, però, anche punire perché condizionato da un allievo che cerca la punizione per sfidare e fare il capopopolo nella squadra ma, paradossalmente, anche da quello che vuole avere attenzioni. In pratica, fa il gioco dell’allievo troppo reattivo, perché gli offre troppe possibilità di opporsi, dell’indolente, che paga la svogliatezza facendosi punire o di chi si sente non apprezzato, che può preferire un rapporto basato sulla punizione piuttosto che sentirsi rifiutato o escluso.

Oggi la punizione è più pericolosa. Se l’allievo resiste, chi insiste con questi modi non la può aumentare all’infinito, e alla fine deve cedere perché si sente in colpa o perché si rende conto di peggiorare ulteriormente le cose. E poiché dipende dal giocatore per conseguire risultati, è sempre in una posizione di debolezza. In ogni caso, procura ostilità e risentimenti difficili da cancellare che, se il ricorso alla punizione dura per troppo ed è comminata anche nella famiglia, si esprimeranno anche nell’età adulta.

Anche quando sembra accettarla, l’allievo accumula pericolose cariche di aggressività e motivi di vendetta che nasconde in varie forme di resistenza e opposizione. E più tardi, quando raggiunge una posizione nella quale si sente inattaccabile, può diventare ingovernabile, oppure manifestare in modo palese la sua incapacità e reclamare sempre un aiuto protettivo.

La reazione si può manifestare in molti modi. C’è l’allievo che trae vantaggi, perché ha l’opportunità di pagare con una punizione, e quindi di non sentirsi in colpa e di non doversi impegnare per correggersi. Quello che, mostrandosi più impacciato e incapace, colpevolizza l’allenatore per i propri insuccessi. Quello che scarica sull’allenatore le proprie responsabilità e si può compiacere di decretare l’impotenza dell’adulto. E quello volutamente ostile e astioso, che trova una facile giustificazione al proprio comportamento.

La formazione tradizionale è frutto di impegno e passione e certamente ha anche effetti positivi, e per questo va apprezzata, ma ciò non esclude un’interpretazione critica. L’augurio più bello che ci si può aspettare da queste considerazioni è che tanti le rifiutino e ne trovino di migliori: significherebbe che tanto sport è già cambiato.

 A Trascura ciò che è specifico del singolo a vantaggio di una rigida aderenza a modelli ottimali. Per esempio, chiede al bambino di imitare il gesto del campione “perché non assuma difetti non più correggibili”, come si dice, ma con alcune incoerenze.

  1. Il gesto del campione è inimitabile, perché è possibile solo a lui, richiede mezzi fisici che il bambino non ha ancora, e tecnici che non avrà mai.
  2. La natura porta a utilizzare ciò che è possibile e più funzionale e, nello sviluppo, nulla lo è più di ciò che si possiede. All’allievo, il gesto del campione servirà per migliorare il proprio quando lo avrà sviluppato, ma non lo potrà mai sostituire.
  3. Chiedere prestazioni impossibili è un’illusione rischiosa, nello sport perché impedisce quelle possibili, e nel carattere perché predispone a sentirsi inadeguati o a scegliere percorsi pericolosi.

B Raggiunge l'imitazione e l'apprendimento passivo ma non l'intuizione, la critica e la creazione e l’ingegno, che sono i livelli più elevati dell'intelligenza. Dà, invece, soluzioni già definitive, si aspetta esecuzioni corrette e condanna l’errore.

  1. Poiché considera l’allievo un puro recettore ed esecutore, lo relega in una condizione passiva ed esclude i livelli superiori dell’intelligenza, che è la sede che comprende e in cui opera il talento.
  2. Esclude l’iniziativa libera, che nasce dai livelli superiori dell’intelligenza e ha bisogno della possibilità di sbagliare perché cerca il nuovo, che è tale perché non è ancora sperimentato.
  3. Ostacola la creatività, che è lo strumento per cercare alternative e soluzioni, stimola il coraggio di provare e la correzione dell’errore, che è quasi indispensabile perché giocare solo per evitarlo è la negazione dello sport

C Interviene con strumenti impersonali e uniformi, e pretende di investire l'allievo con stimoli che dovrebbero portare agli effetti attesi.

  1. Propone un insegnamento uniforme, “a pioggia” e a direzione unica, di cui ha difficoltà a verificare gli effetti, perché non è interessato alle opinioni e alle proposte dell’allievo.
  2. Prepara le gare parlando di rabbia, cattiveria, adrenalina e a vote qualcosa di più. Può voler dire solo determinazione e iniziativa, ma è anche facile che abbia effetti imprevisti anche in campo e fuori. In ogni caso, procura sempre una tensione che influenza il rendimento.
  3. Dispensa rimproveri e punizioni per una sconfitta, e in questo modo crea ostilità e voglia di restituire ma, soprattutto, ritiene il giocatore immaturo incapace di essere responsabile.

D Non rispetta le tappe evolutive, che sono strettamente vincolate allo sviluppo fisico, emotivo, intellettivo e, nello sport, anche tecnico.

  1. Considera il bambino come un piccolo professionista da trattare soltanto con dosi diverse, ma così crede di poterlo formare facendogli eseguire gesti prematuri e non suoi.
  2. Ritiene la specializzazione precoce l’unico strumento per abituare da subito al gioco degli adulti, mentre il bambino scopre e sviluppa il talento soltanto attraverso il gioco.
  3. Attende uno sviluppo spontaneo e privo di quelle norme e che regolano la vita e l'attività dell'adulto.

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