Il talento ha gli stessi tempi di apprendimento di tutti, ma è favorito dal poter mettere in atto più facilmente le intenzioni e di aggiungere qualcosa di proprio. Resiste alle indicazioni di chi insegna, perché possono confliggere con i suoi mezzi e ha strumenti personali migliori. È più pronto a imparare da solo e, quindi, ha bisogno di pochi elementi, e il primo è conoscere gli obiettivi e, poi, poter scegliere i modi e gli strumenti tecnici per raggiungerli. L’insegnamento comune gli impedisce di usare il proprio talento e, se costretto, arriva a fare meglio ciò che è alla portata tutti, ma non ciò che sarebbe possibile soltanto a lui.

Per “fare insieme” non s’intende soltanto collaborare nell’esecuzione di un compito o un’azione, ma partecipare con contributi personali anche all’ideazione e alla messa in atto. Insegnante e allievo mantengono il proprio ruolo: il primo fornisce le indicazioni necessarie per stare all’interno di direzioni produttive, e pretende che non siano disattese, mente il secondo impara a muoversi in spazi definiti e, al loro interno, esercita tutta la creatività e l’iniziativa senza essere vincolato da atti di pura imitazione.

Si è sempre parlato dei benefici dello sport ed è il caso di riaffermarli, ma anche di non esserne sempre sicuri. Se intendiamo lo sport come strumento per allenare il fisico e insegnare a divertirsi giocando, basta come si è sempre fatto. Se, invece, se ne vogliono utilizzare le grandi potenzialità educative, cioè far crescere la persona e lo sportivo per quanto di potenziale c’è in ognuno e non lasciar sviluppare disagi che influiranno anche sull’età adulta, qualcosa dovrà essere cambiato. Si parla di attenzioni apparentemente ovvie, ma spesso disattese, che riguardano soprattutto la famiglia e in parte anche la scuola. Si tratta, quindi, di un fatto culturale di cui lo sport è soltanto una parte. Si deve praticare, perché piace ed è difficile che causi grossi disagi, ma anche perché potrebbe correggere errori dell’educazione.

A volte, i giovani assumono iniziative impreviste e non concordate, e l’intervento più logico sarebbe fermarli e riportarli a quanto si era insegnato. Non hanno ancora le conoscenze necessarie per districarsi da soli e trasformare un’iniziativa mai provata in un’azione concreta, ma è il caso di lasciarli liberi di provare.

Un tempo si diceva più spesso che per fare collettivo basta giocare insieme per molto tempo, che in parte è anche giusto, perché i giocatori si conoscono sempre più a fondo, ma non basta. Occorre lavorarci da molto prima e parlare di ciò che lo ostacola.

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