Fiducia è un termine che si usa troppo facilmente. Non lo è se si vuole dare a parole per procurare una reazione positiva, offrendo opportunità non ancora meritate, che è semplice manipolazione, e non un riconoscimento vero, o insistere a chiederne il rispetto, perché continuare a riproporla significa fingere e non averla. Non è un modo di dire per stimolare un giovane a impegnarsi, ma un elemento essenziale e reciproco del rapporto, che si ha e si dà e va meritata da entrambe le parti. Non si dà a parole come in una specie di cerimoniale né al bisogno, ma si avverte nel comportamento abituale e, quindi, è da vivere, e non da enunciare. E una cosa è tradirla non rispondendo com’è atteso, e un’altra non riuscire a soddisfarla.

Pensare di formare un adulto autonomo, responsabile e attivo partendo dal bambino può sembrare eccessivo o anche assurdo. Se, però, si pensa che nei suoi primi anni forma lo stile di vita, che in breve può essere definito il modo di ognuno di percepire se stesso e il mondo e di adeguarvisi, si deve stare attenti a sviluppare ciò che farà parte della vita adulta e frenare ciò che, invece, dovrà essere proibito.

Per formare uno sportivo che ha prospettive di carriera non occorre sconvolgere i propri metodi, ma passare dal trasmettere informazioni e comandi uguali per tutti alla libertà dell’allievo di portare contributi personali e avventurarsi nel nuovo e nello sconosciuto, dove risiedono le facoltà superiori della mente e il talento. O, in altri termini, di passare dall’interprete passivo al protagonista attivo, o dall’esecutore al creativo.

I conflitti tra istruttore e genitore non sono quasi mai aperti, perché è pur sempre il primo che decide, ma sono abbastanza frequenti. L’uno è abbastanza pronto ad augurarsi di allenare una squadra di orfani, e ii secondo a essere la voce critica con gli altri genitori e dare consigli a casa perché il figlio non è ben allenato. Lo sport, però, interessa allo stesso modo la persona e lo sportivo, e l’istruttore e il genitore non possono essere diseducativi annullando le rispettive funzioni.

Che un genitore voglia aiutare un figlio a valorizzarsi nella vita è del tutto comprensibile, ma se l’aiuto è una protezione che gli spiana il percorso perché sia sempre trattato come il migliore e non trovi mai ostacoli che lo mettano alla prova e lo costringano a impiegare tutte le capacità e le energie per riuscire è un controsenso e una limitazione. Se, invece, un istruttore crede di trasformare un normale sportivo in un campione senza considerare i danni che può procurare, siamo di fronte a una manipolazione meno accettabile.

Molta parte dell’insegnamento è fornire informazioni da mettere insieme fino ad arrivare alla soluzione, che è come “il tutto già fatto” che si trova già risolto su internet. Costruirsi il percorso verso una conoscenza significa anche acquisirlo e non perderlo più, abituarsi a imparare a procedere da soli e guadagnare sicurezza, perché l’apprendimento è più facile e completo se si ha prova di saper imparare e creare il nuovo. In sintesi, conoscere gli obiettivi, permette di indagare la strada da percorrere e gli strumenti per raggiungerli, mentre non conoscerli insegna solo a ripetere e ad aspettare di essere guidati.

Al talento, nello sport e ovunque, non si chiede di essere un tipo particolare, ma una persona normale, in particolare che dia garanzia di non avere sempre bisogno di essere chiamato a essere costruttivo. Non si parla di talenti che abbiano tutte queste virtù e qualità, ma di un istruttore che sappia portare in questa direzione quelli già orientati o, almeno, di non provarci con quelli che mostrano di essere incorreggibili.

Il discorso interessa poco lo sport per tutti, dove si chiama talento chi è soltanto più abile degli altri, ma lo sport di vertice, dove se ne preparano tanti per il collettivo.

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