Formazione

Definire il rapporto senza infiorarlo di aggettivi zuccherosi e buone intenzioni è difficile, e allora descriviamolo semplicemente come confidenza, libertà di esprimersi, naturalezza nel fare insieme e scambiarsi contributi e consapevolezza di essere capiti e accettati.

IL RAPPORTO NELLA FORMAZIONE

Nella formazione, è il clima che, da una parte, stimola l'allievo a collaborare e ad assumere i comportamenti e le responsabilità che gli competono e, dall'altra, permette all’istruttore di inviare messaggi chiari e di ricevere risposte sempre costruttive. Per il primo, quindi, come in ogni forma di educazione, è la possibilità di assumere i modi della vita adulta. Per il secondo, è il mezzo per trasmettere quegli aspetti della professionalità che sono impliciti nel suo vivere adulto.

Senza rapporto si può solo parlare di una formazione incompleta. L'istruttore che fonda il lavoro su questa forma di cooperazione, per esempio, rende produttiva la differenza tra sé e l’allievo. Pretende che assimili e applichi ciò che gli è trasmesso, ma non lo impone e, anzi, lo adatta ai suoi mezzi e alle sue risposte, così che le situazioni di squilibrio legate alla differenza di ruoli e conoscenze diventano stimoli allo sviluppo. In tale situazione d’intesa e cooperazione, l’allievo, trova lo stimolo maggiore all'iniziativa nel naturale desiderio di colmare il divario che lo separa dall’adulto. Certo, anche in questo tipo di rapporto è anche necessario porre freni e correggere, ma un istruttore che accetta i contributi positivi e lascia sempre aperta la via della cooperazione e dello scambio, riesce a stabilire che cosa debba essere accettato o rifiutato, senza cadere mai nel conflitto.

Corregge senza stimolare opposizione. Non condanne e non pulisce l'errore, ma propone una condizione più efficace rispetto alla condotta da correggere e offre all’allievo la sicurezza di essere stimato nonostante l'errore. In ogni caso, non è facile correggere quando l’allievo sostiene le proprie idee, ma neppure in questi casi è impossibile. Purché l'istruttore accetti di cambiare qualcosa di se stesso e dunque di correggersi e, Intanto, sappia mantenere invariata la stima nei confronti dell’allievo. Quando lo ritiene capace di portare contributi al processo formativo e alla correzione dei propri errori, può indagare e analizzare i motivi che ne stanno alla base dell’errore e i modi per risolverlo. Rivede i propri errori di valutazione e modifica le sue posizioni che hanno influito negativamente.

E, infine, non si limita a condannare l’incapacità e l’impreparazione e non si lascia condizionare in modo negativo.

Ascolta. Non assume il ruolo di chi è l'unico che sa e può, e stabilisce che cosa si debba fare e pensare. Ascolta, e attribuisce un’obiettiva considerazione alle intenzioni e ai tentativi di concretezza e produttività dell’allievo. in questo modo lo incoraggia e lo rassicura indipendentemente dai risultati immediati che può ottenere. Soprattutto arriva conoscere le sue difficoltà e risorse e, in base ad esse, può adottare gli interventi più appropriati per formarlo. In questo modo, interviene con aiuti concreti. A volte, quando l’allievo non arriva determinate soluzioni o a risolvere una difficoltà o, addirittura, non ne prende neppure coscienza, in un clima fondato su una reciproca collaborazione, può intervenire senza opprimerlo e mortificarlo o, addirittura, di capire l’esistenza del problema.

Non è, però, il caso di farla troppo facile, perché c’è l’allievo che non impara, non capisce e va contro il proprio interesse. In questi casi l’istruttore si chieda perché abbia rifiutato l'aiuto o perché non sia stato in grado di farlo accettare. E neppure di farla troppo difficile perché in questo tipo di rapporto è quasi impossibile che ci sia conflitto o assillo di prevalere e sconfiggere, anche se ognuno deve impiegare al meglio le proprie capacità.  In esso l’allievo può esprimersi senza timori o resistenze, e l’educazione può trasmettere le condotte e i caratteri della vita adulta senza incontrare opposizioni.

Vincenzo Prunelli

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