Formazione

Crescendo, uno sportivo deve necessariamente dedicarsi al compito per il quale è più dotato, ma, nella prima fase della formazione, e anche dopo, ci sono buoni motivi perché, nell’allenamento, continui a esercitarsi in tutti i ruoli.

Tu fa il terzino!

Molti anni fa si costruiva il giocatore secondo le convinzioni di allenatori che avevano raggiunto buoni risultati, ma ora, in un’epoca sempre più tecnologica, la tentazione è formarlo come in un laboratorio. Si fa per prepararlo da subito al gioco dell’adulto, ma è come cominciare con l’algebra dalle elementari per imparare da subito a fare gli ingegneri. Oppure è come trasmettere migliaia di cose da mettere da parte per averle pronte quando serviranno da adulti.  

Che cosa succede con questo tipo di formazione? A parte che lo sviluppo può riservare sorprese, ogni ruolo imposto prima che un giovane abbia completato lo sviluppo naturale e raggiunto l’armonia del movimento, la forza e la consapevolezza dei propri mezzi, è come chiedere a una bambina al primo anno di scuola sci di passare una porta come fa il nostro bellissimo gruppo di sciatrici. 

Per un bambino, giocare in un ruolo fisso significa reprimere il proprio talento, come potremmo definire la sua dotazione naturale o la naturalezza nell’uso dei propri mezzi. Se, come nel caso del terzino, ha il compito di contenere un attaccante svilupperà tutto ciò che serve per neutralizzare il gioco degli altri, ma non si allenerà a imporre il proprio. Per svolgere sempre lo stesso compito imparato da un’indicazione dell’istruttore e non da una scoperta personale, impiega i mezzi più adatti al momento, ma agisce poco sulle proprie qualità, che hanno bisogno di essere scoperte e adattate a ciò che deve fare. Ricordando, però, che una soluzione anche imposta e forzata e, quindi, inadatta ai mezzi, è modificata fino a diventare più efficace di un tentativo mai sperimentato e, quindi diventa definitiva.

Sembra di suonare una vecchia musica ma, per assegnare a un giocatore un compito che non conosce e per il quale forse non è portato, non basta far imparare centinaia di soluzioni da tirare fuori di volta in volta fino ad arrivare a quella adatta alla circostanza.  Occorre, invece, abituarlo da subito, pure con le adeguate spiegazioni dove non può arrivare da solo, a trovare quella utile al momento, che diventerà automatica e non più da ricordare. Qualcuno dirà che anche in questo modo occorre impiegare del tempo, come faceva un portiere piuttosto famoso che prima della partita, ripassava i possibili tiri che gli avrebbero potuto indirizzare e, logicamente, li parava, tutti. Non sapeva ancora dei neuroni specchio che, guardando l’avversario, fanno capire quale sarà l’azione più probabile, che è quella che faremmo noi. Dopo li parava di più, ma non tutti, specie i rigori tirati con la finta, che interrompe lo sviluppo logico del tiro. Per essere brevi, ogni volta che dobbiamo compiere un’azione istantanea, non siamo costretti a ricordare tutto il percorso fatto per impararla e memorizzarla.  E un medico, per eseguire un intervento o formulare una diagnosi, non ripassa tutto il percorso universitario e le esperienze successive.

Non è proprio così, specie per chi gioca ad alto livello, che ha modo di vedere e fare un po’ tutto, e ci sono condizioni che s’imparano in modo automatico, ma per raggiungere il massimo ognuno deve arrivare al meglio che consentono le sue qualità. Decidere, invece, in quale ruolo o posizione deve giocare un bambino, cioè iniziare troppo presto la specializzazione, è un controsenso.  Prima dei dieci, undici anni, quando inizia a operare il pensiero astratto, che consente di prevedere, programmare e lavorare per un obiettivo lontano, non visibile e non vissuto come piacere, e vive un momento dello sviluppo fisico, e tecnico che può cambiare anche in modo imprevedibile. Da un altro punto di vista, ha ancora bisogno di conoscersi e sviluppare tratti della personalità e del carattere necessari per impiegare le proprie risorse e non riesce a interpretare il gioco come un lavoro.

Per preparare un giovane a essere consapevole dei propri mezzi, autonomo e collaborativo occorrono alcune condizioni che basta conoscere e applicare senza dover sconvolgere nulla. Innanzitutto introdurre, nel programma di formazione, un momento di gioco con poche regole, in pratica un gioco libero per quanto riguarda l’iniziativa personale, che gli permette di portare idee e proposte, provare, imparare e andare oltre l’insegnamento, trovare da solo e scegliere le proprie soluzioni, creare il nuovo, sbagliare, correggersi e assumere iniziative personali da svolgere in gruppo.

Si è detto del terzino, ma la possibilità di provare come parte dell’allenamento tutti i ruoli e le situazioni che si creano nel gioco, può riferirsi a qualsiasi altro. L’istruttore osserva senza intervenire, e dopo dedica il tempo per analizzare ciò che è successo. E non per rimproverare, rilevare l’errore e correggerlo, ma per dare semplici suggerimenti e trovare la soluzione giusta, perché lavorare sull’errore, significa evidenziarlo nella mente.

Occorre, poi, che giochi in un campo a propria misura, piccolo e adatto alla sua forza, in cui non sia mai escluso e possa partecipare liberamente a tutte le fasi del gioco. E senza temere un giudizio o un rimprovero se tenta qualcosa che gli dettano la creatività e la fantasia. In questo modo può tentare tutti i gesti, provare il nuovo e imparare a imporre il proprio gioco invece di applicare una soluzione appresa per frenare quello dell’avversario. Soprattutto, gioca e basta, con poche regole chiare, che gli servono per organizzarsi meglio, divertirsi di più, abituarsi a essere costruttivo e collaborare con gli altri.

 Se, invece, parliamo di età successive, è chiaro che ognuno deve svolgere i compiti e le funzioni più adatti ai suoi mezzi, e chi teme che saper giocare in più ruoli va a scapito della specializzazione in uno solo consideri, invece, che li rende più completi tutti.

Vincenzo Prunelli

 

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