Formazione

“Mando mio figlio a scuola di sport perché impari a giocare, e lasciare momenti dell’allenamento in cui può fare ciò che vuole invece di eseguire ciò che gli insegnano, mi sembra tempo perso”.

Il percorso verso lo sportivo adulto

Tra dire a un giovane come fare per imparare a giocare e prepararlo a fare da solo ciò che è meglio secondo la situazione e ciò che è più adatto ai suoi mezzi, c’è una grande differenza e, ancora di più, tra formare semplicemente lo sportivo che sa eseguire o anche la persona. Per questo, quarant’anni fa ho proposto quella che allora sembrava un’idea strana, quasi stravagante, e cioè che lo sport, insieme alla famiglia e la scuola, è uno dei tre grandi strumenti educativi.

Sembra strano che, a un’osservazione formalmente del tutto sensata, si risponda che, per ottenere ciò che si cerca, occorra fare tutt’altra cosa. Ogni genitore fa di tutto per aiutare il proprio figlio a valorizzarsi e, in tanti casi magari a diventare un campione, ma ci dobbiamo spiegare come lo vogliamo e come fare per formarlo. E tenere conto che si agisce nel periodo dello sviluppo, nel quale ciò che è acquisito diventa la base per lo stile di vita che lo accompagnerà anche da adulto. Sembra esagerato dire che la vita adulta inizi già nel bambino e ancora prima dell’ingresso nello sport, ma basta vedere che tanti giovani si sono persi sommano tutti gli errori commessi dai loro primi anni.

Innanzitutto, serve uno sportivo che sappia fare ciò che è possibile soltanto a lui. Per arrivare a questo, deve produrre qualcosa di nuovo perché, se fa soltanto ciò che gli insegnano, realizza l’idea di un altro e non la propria, e quindi ripete. La creatività, invece, è una qualità che prende spunto da qualcosa che sta avvenendo o è anche solamente intuito, lo analizza e lo trasforma subito in un’invenzione. E fare attenzione a non soffocarla con una conduzione rivolta soltanto alla tecnica, perché è facile che si trasformi in iniziativa non finalizzata.

Che diventi autonomo e responsabile e, quindi, possa provare ciò che gli dettano la fantasia, l’intuizione, l’iniziativa personale e l’ingegno. Si è detto “diventare”, e questo processo deve iniziare appena possibile, perché anche un bambino, quando ha un compito che dipende da lui, è sollecitato dalle sue motivazioni: sa di essere apprezzato dall’adulto e di essergli sempre più vicino, può verificare di essere all’altezza delle richieste, imparare qualcosa di nuovo e verificare di saperlo mettere in pratica, e fa di tutto per svolgerlo bene e portarlo a termine. Se, invece, deve solo ubbidire a un comando, è valutato per come lo esegue e non ce la fa, si deve considerare incapace. Oppure se è rimproverato o addirittura punito, si abitua a fare solamente ciò di cui si sente capace e, quindi, a non rischiare il nuovo, che è un grosso limite fuori e dentro lo sport.

Cha acquisti sicurezza e coraggio, che non significa essere temerari per mostrare di averli. Negli sport di contato, si sente spesso incitare a essere violenti, magari fino a “rompere le gambe” o a buttarsi alla carica senza preoccuparsi dell’incolumità propria e dell’avversario, e si parla di adrenalina come se fosse più vantaggioso giocare sotto la spinta di emozioni aggressive. L’agonismo e il top del rendimento sono sotto il controllo della lucidità, della conoscenza e della fiducia nei propri mezzi, e non in uno stato di eccitazione, perché fino ad un certo punto di attivazione salgono e poi ridiscendono rapidamente. Nello sport, quindi, il coraggio e la sicurezza sono fare ciò che è necessario senza lasciarsi frenare quando è indispensabile, tentare il nuovo quando è ragionevole farlo e badare più a ciò che in quel momento è necessario che al vantaggio soltanto personale.

Che sappia competere in base alle proprie capacità e azioni. In una società dilettantistica, un presidente diceva ai genitori che da loro s’insegnavano tutti i trucchi per vincere, ma in questo modo non s’insegna a giocare. In un giovane, specie se più dotato, qualsiasi azione o anche gesto che non servano per scoprire e affinare le proprie qualità, in pratica il proprio talento, le soffocano le lasciano estinguere. È negativa addirittura l’imitazione del gesto del campione, perché costringe il giovane a impiegare mezzi e modi che non sono suoi e poteranno a una semplice brutta copia, e non a quella possibile.

Non si parla di una formazione dolce, ma di una che si rivolge a ognuno perché scopra le proprie qualità, favorisce le motivazioni, cioè gli stimoli naturali a impiegarle per raggiugere gli obiettivi che valorizzano, e insegna a fare da soli. Né ci si rivolge al genitore che ha posto la domanda, che probabilmente non commette nessuno di questi errori, ma alla mentalità, ancora molto diffusa nello sport e fuori, che la formazione serva per imparare a vincere subito, e non a scoprire e sviluppare le qualità indispensabili per vincere dopo, quando diventerà il vero obiettivo.

Vincenzo Prunelli

Ti è piaciuto questo articolo?

Forse vuoi leggerne altri... Ecco alcuni articoli che hanno un argomento simile:

Fatto con Padlet