Formazione

Si è sempre parlato dei benefici dello sport ed è il caso di riaffermarli, ma anche di non esserne sempre sicuri. Se intendiamo lo sport come strumento per allenare il fisico e insegnare a divertirsi giocando, basta come si è sempre fatto. Se, invece, se ne vogliono utilizzare le grandi potenzialità educative, cioè far crescere la persona e lo sportivo per quanto di potenziale c’è in ognuno e non lasciar sviluppare disagi che influiranno anche sull’età adulta, qualcosa dovrà essere cambiato. Si parla di attenzioni apparentemente ovvie, ma spesso disattese, che riguardano soprattutto la famiglia e in parte anche la scuola. Si tratta, quindi, di un fatto culturale di cui lo sport è soltanto una parte. Si deve praticare, perché piace ed è difficile che causi grossi disagi, ma anche perché potrebbe correggere errori dell’educazione.

Trasformare la formazione in arte

Da un punto di vista educativo, lo sport promuove la convivenza con i coetanei e la collaborazione anche con gli adulti, una competizione leale e pulita, il lavoro di squadra, la fiducia in se stessi, il valore del sacrificio e dello sforzo, il riconoscimento e, quando è possibile, il superamento dei limiti che ognuno si riconosce, ma chiede molte attenzioni.

Innanzitutto, deve tenere conto di gusti, mezzi e attitudini del bambino, altrimenti non stimola il piacere del gioco, non diverte, chiede esecuzioni impossibili che affievoliscono le motivazioni e porta rapidamente all’abbandono. E, quindi, chiamarlo in causa nella scelta dello sport da praticare perché, se è quello che piacer a loro, saranno più proni ad assumersene le responsabilità e le attività che non divertono.

Poi, Insegnare attraverso giochi specie nelle prime età, quando non si sa organizzare l’attività con il ragionamento e serve soltanto ciò che piace, perché il bambino, quando si sente sottoposto a un lavoro, si stufa e smette. E allora, non si può insegnare a un bambino? Quando con Sergio Vatta, al Torino, abbiamo ideato i Primi Calci, siamo riusciti a far giocare seicentocinquanta bambini in due campi di calcio senza che se intralciassero. E abbiamo iniziato a insegnare a giocare inventando tanti giochi in cui dovevano impiegare un gesto tecnico del calcio, ovviamente con i mezzi loro, senza che si rendessero conto di prepararsi a un lavoro com’è richiesto nello sport adulto. E ricordare che il piacere e il divertimento sono essenziali anche più tardi e nel professionismo. 

Rispettare i periodi dello sviluppo. Si parla dello sviluppo fisico della padronanza e armonia dei movimenti e dell’intelligenza. A ogni età si possono imparare e fare alcune cose e ad altre no, e tante cose che serviranno all’adulto, ma con i mezzi e gli obiettivi da bambino. Prima si vive un periodo in cui si percepiscono e si vivono soltanto le sensazioni, anche se s’impara inconsapevolmente a imitare l’adulto. È il periodo in cui inizia a formarsi lo stile di vita, l’impronta personale di tutta la vita successiva. Più tardi, subentra la critica, che permette di valutare e organizzare le informazioni e di prevederne lo sviluppo e l’uso. Infine, s’impara a vedere più lontano e a porsi obiettivi e a organizzare i mezzi e le tappe per raggiungerli.

Non trasformare lo sport in un lavoro privo di piacere. Nello sport si parla ancora di sacrificio, sudore e duro lavoro, ma chi l’ha praticato ricorda che le gare e anche gli allenamenti più fruttuosi e meno pesanti erano quelli in cui era libero da tensioni e tutto si svolgeva in serenità e piacere di giocare. A scuola, un impegno feroce e ore continue sui libri non riuscivano a ottenere la giusta concentrazione, l’attenzione calava rapidamente, e ciò che si era letto diventava un groviglio di ricordi confusi che si accavallavano. Fissarsi un programma di massima da seguire e dividere la materia in piccole parti, invece, permetteva di avere una visione completa di ciò che si era letto, l’attenzione restava vigile, e si smetteva per una pausa non appena si sentiva calare la concentrazione.

Non chiedere più di quanto può dare. Perché lo sport si adatti allo sviluppo della persona e lo favorisca, occorre non porre richieste inesaudibili. In questo modo, il giovane segue lo sviluppo delle motivazioni. Non va incontro a insuccessi mentre deve rassicurarsi di migliorare ed essere sempre più adeguato alle richieste. Comprende le richieste, e impara a organizzarsi per dare sfogo a creatività, fantasia, intuizione e iniziativa libera.   Avverte l’apprezzamento dell’adulto, che ha modo di vedere che i suoi insegnamenti sono capiti e messi in pratica. E l’ambizione? Dobbiamo seguire la sua, che è appagata dall’efficacia delle sue iniziative, che gli danno sicurezza e coraggio per andare oltre, e non la nostra che, di solito, si aspetta sempre più di quanto gli è possibile.

Lasciar sviluppare tutte le qualità. Molto, in ogni campo, deve essere imparato senza poterlo modificare ma, per quanto riguarda le qualità del tutto personali e particolarmente spiccate, come quelle del grande matematico, del musicista e del pittore, o il talento nel campione nello sport, che ha qualità solamente sue, il discorso è diverso. Non si possono scoprire abituando un talento soltanto a ripetere ed eseguire ciò che è richiesto, e non si possono imporre a chi non le possiede. L’insegnante o l’istruttore riescono a insegnare ciò che può essere acquisito da tutti, ma ciò che è personale e specifico può essere scoperto da ognuno quando è libero di trovare le soluzioni più adatte alle qualità del proprio talento. Un giovane, addirittura poco dotato, deve essere solo formato perché sappia procedere anche da solo su un terreno che soltanto lui può percorrere. E lì può essere aiutato a risolverlo da solo se ha un dubbio, e perché non rischi di perdersi nella fantasia e nella stravaganza.

Non chiedere di copiare il campione. In qualsiasi sport, copiare i gesti del campione può sembrare la soluzione, ma è una copia sbiadita e del tutto incompleta. Il campione, però, esegue quei gesti con mezzi fisici, tecnici e intellettivi che sono soltanto suoi, mentre chiunque ne ha altri che sono diversi, e gli stessi gesti li esegue meglio adattandoli ai propri. In altri termini, basterebbe far copiare esattamente a tutti i giovani gli stessi gesti dei più grandi campioni, per formarne tanti uguali a loro, ma sappiamo che i gesti troppo difficili sono addirittura buffi rispetto a quelli possibili.

Non dare soluzioni o chiedere solamente esecuzioni. Avere tutto pronto e giusto soltanto da eseguire può sembrare un vantaggio, ma esclude le parti nobili dell’intelligenza. Non chiama in causa la creatività, l’originalità, l’intuizione e la ricerca di nuove soluzioni e l’iniziativa personale, tutte qualità che dovrebbero essere sollecitate da subito in ogni bambino per avere l’adulto. Questa considerazione suggerisce che dare a un allievo solo gli elementi necessari per procedere da solo e arrivare alla soluzione offre alcune opportunità: insegna a “imparare a imparare da soli”, a conoscere tutto il percorso per arrivare alla conoscenza, che il modo più efficace per non perderla e a rassicurarsi di saper imparare, che è forse lo stimolo più efficace nell’apprendimento.

Vincenzo Prunelli

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