Educazione

Si potrebbe dire che il cammino verso la vita adulta inizi dalla nascita, ma è pericoloso imporlo, o anche soltanto proporlo, senza conoscere le fasi dello sviluppo, gli effetti dei propri interventi e l’intesa che porta gli allievi a partecipare alla propria formazione.

L’arte di formare allo sport e alla vita adulta

È un modo di educare che li porta alla maturità fisica, tecnica, psicologica e intellettiva, e crea le condizioni affinché ognuno contribuisca alla propria formazione. Sembra difficile ma basta non limitarsi ad applicare un metodo che dovrebbe essere efficace per tutti, superare il timore di essere creativi, usare l’ingegno per adattare gli interventi al giovane e sapere quale sportivo e adulto si vuole formare. Non vuole dire, però, trattare ognuno in modo diverso, ma sviluppare un sistema personale e creativo che si possa adattare a tutti.

Che cosa si chiede all’istruttore? Di conoscere capacità, motivazioni, aspirazioni e modi personali e di interpretare la realtà e reagire agli stimoli di ogni allievo, che non vuole dire adottare un metodo per ognuno, ma far partecipare tutti a ogni fase dell’attività, in particolare all’apprendimento, e a un confronto sui metodi e gli obiettivi. In gara, invece, valutare e apprezzare l’uso che fa della propria creatività e iniziativa, perché un pensiero comune nasce dalla disposizione nei confronti dell’istruttore, che in questo modo è una figura guida, e dall’avere partecipato alla definizione degli obiettivi.

Di portare ognuno a scoprire le proprie risorse e svilupparle nella misura consentita dalla dotazione, e a conoscere i comportamenti adatti allo sport e alla vita adulta. Non si fa dando soluzioni e chiedendo di ripetere finché riesce in qualche modo a eseguire, ma dando spazio alla creatività, alla ricerca del nuovo e all’iniziativa senza timore di scontrarsi con l’ingovernabilità, perché con questi sistemi ha il massimo d’intesa e autorevolezza.

Di favorire le motivazioni di ognuno, che sono stimoli ben più efficaci delle pressioni ancora in uso, come cercare di convincerli di “essere uomini”, illuderli di essere sicuri campioni, oppure l’orgoglio, la maglia, il pieno di adrenalina, l‘avversario troppo forte o le partite della vita. Il giovane, specie nei primi anni e fuori e dentro lo sport, non deve essere chiamato a fare cose impossibili, perché ha bisogno di vedere i miglioramenti, sentirsi apprezzato per ciò che sa fare, soddisfare il piacere, divertirsi e vincere, fare sempre meglio, scoprire nuove abilità e dare spazio a inventiva e fantasia.

Di evitare gli interventi impersonali e uniformi, e non investirlo con sollecitazioni e teorie che dovrebbero portare a effetti precisi e programmati. Di non fare, quindi, delle fotocopie imperfette di se stesso, e di trasmettere le regole della vita adulta, l’unica condizione per non dovere, poi, proibire e correggere.

Si potrebbe pensare a un’educazione troppo morbida, ma impone all’istruttore di non permettere comportamenti non accettabili per proibirli quando non saranno più permessi. Di essere coerente, ma di non temere di cambiare. Di trattare gli allievi da protagonisti e artefici, e non proteggerli, affinché imparino a sbrigarsela da soli. Di allenarli a rispettare le regole, dipingere un ambiente amichevole e aspettarsi che vi si aprano senza diffidenza.

Anche i genitori sono chiamati a collaborare, ma senza inventare sollecitazioni, perché i giovani, purché non siano chiamati a compiti impossibili, finché si sentono incompleti e impreparati, superano da soli questi disagi. Anche loro, quindi, all'interno di regole precise e non eludibili, concedano ai figli tutta la liberta per sperimentarsi, trovare le loro soluzioni, sbagliare, imparare a correggersi e rassicurarsi di essere adeguati di fronte al nuovo.

Vincenzo Prunelli

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