Educazione

Pensare di formare un adulto autonomo, responsabile e attivo partendo dal bambino può sembrare eccessivo o anche assurdo. Se, però, si pensa che nei suoi primi anni forma lo stile di vita, che in breve può essere definito il modo di ognuno di percepire se stesso e il mondo e di adeguarvisi, si deve stare attenti a sviluppare ciò che farà parte della vita adulta e frenare ciò che, invece, dovrà essere proibito.

Iniziare a formare l’adulto nel bambino

Pretendere che, da subito, un bambino sia capace di lavorare per uno scopo, sommare conoscenze, collaborare, assumere compiti precisi e porsi obiettivi, è un’illusione. I fondamenti dello stile di vita, cioè i caratteri personali e le convinzioni circa se stessi e gli altri iniziano a formarsi subito, prima in modo non consapevole, assumendo come atteggiamenti propri tanti caratteri dell’ambiente, che poi diventano stabili.

Pensiamo addirittura a un neonato che, appena inizia a piangere, ogni volta è preso in braccio o è baloccato finché smette. Se sarà sempre esaudito in tutto, si abituerà a manifestare qualsiasi disagio o anche soltanto comuni esigenze con il pianto, e continuerà a chiedere anche da adulto. Quello, invece, che è accudito affinché non gli manchi nulla piangerà un paio di volte, e poi in qualche modo si renderà conto che non serve, perché ha tutto ciò di cui ha bisogno e nessuno si smuove.

Si possono, però, creare le premesse di convinzioni e comportamenti che dureranno anche nell’adulto. Il bambino è un foglio che assorbe qualsiasi impressione, perché non possiede capacità critiche per valutare che cosa sia o non sia vero, e con il tempo tenderà ad adeguarvi i comportamenti. Il genitore, quindi, se vuole che un figlio arrivi a un adulto libero, autonomo, capace di decidere secondo le proprie opinioni, esercitare creatività e iniziativa e assumere le responsabilità delle proprie azioni, stia attento a non lasciargli assumere esigenze e abitudini che in seguito non potranno poi essere soddisfatte.

Più tardi, non si può proteggere un figlio da ogni esperienza e incombenza per prepararlo a obiettivi più importanti. Oggi, tanti bambini dovrebbero arrivare almeno alla laurea, diventare campioni nello sport ed eccellere in qualsiasi attività, e in questo modo si convinceranno di non avere obblighi e impegni comuni perché ci penseranno gli altri. Per questo, tanti genitori cercano di non aggravare i figli d’incombenze e impegni che costano fatica, finché si appesantiranno anche di studio. Poiché è difficile che questi bambini siano chiamati a compiti personali, è quasi certo che rifiuteranno anche quelli comuni.

Oggi, non si porta meno il figlio dal medico perché sia florido e grassoccio, ma ci sono ancora gli ipocondriaci da eccesso di pediatra. Si fa soprattutto perché sia sempre al massimo della salute e possa competere da vincitore. È difficile un figlio sempre sano, controllato e quasi curato prima che possa comparire una malattia, si ammali di qualcosa di grave, ma è più fragile degli altri. Quasi sicuramente è sottoposto a misure dietetiche, igieniche, terapeutiche e comportamentali che lo costringono a una vita in qualche modo artificiale, e difficilmente affronta le fatiche che permettono di sfogare l’esuberanza fisica o quegli eccessi che rinforzano le difese.

 Anche lo sviluppo dl carattere va salvaguardato. Non si può pretendere che ogni figlio sia sempre il migliore. In una classe o in una squadra il migliore è uno solo, e tutti sanno chi è. Gli altri sono chiamati a compiti impossibili e, quindi, a vedere troppo spesso la loro incapacità e inadeguatezza, oppure ci crederanno e, se sono vivaci e intelligenti, vorranno prevalere in altri campi. Senza scomodare il bullo che cerca di dimostrare la propria forza opprimendo i più fragili, o tanti ragazzi che scelgono soluzioni autodistruttive come la droga, il rischio o ambienti pericolosi nei quali fare i capi, pensiamo al Pierino che attira l’attenzione di tutti perché sa essere il più simpatico e spiritoso. Probabilmente è stato considerato ed esibito come un piccolo genietto ed ha superato le elementari in bellezza, ma da quando deve anche fornire prova di ciò che sa fare, mostra di non essere preparato a uscire dalle difficoltà.

 Quando un figlio ha problemi con la scuola, per tanti genitori la colpa è dell’insegnante che non lo vede bene, senza rendersi conto che, in questo modo, lo autorizzano a non impegnarsi e considerarsi vittima, a non abituarsi a portare a termine compiti e iniziative, a cercare sempre colpevoli delle sue mancanze e a non considerarsi  mai responsabile.

Nello sport, la prima figura che trasmette i propri modi è l’istruttore, che può essere una guida o un esempio negativo. Anche se non se ne rende conto, trasmette i propri tratti, che possono essere di figura adulta e di educatore, fino a essere un estraneo che comunica distanza o impedisce un contatto armonico con l’ambiente.  

L’istruttore che cerchiamo allena a offrire e acquisire apporti personali. Insegna uno sport che utilizza il talento di ognuno, ed esclude trucchi e furberie, licenza di manipolare le regole per vantaggi personali, rigidità o, al contrario, tolleranza che non educa, tutti modi che perpetuano tratti da bambino. Apre percorsi e fissa limiti entro cui esercitare la carica creativa, consente iniziative originali, ascolta le opinioni, e le accetta se costruttive o le corregge se non lo sono.  Con questi sistemi trasforma gradualmente la dipendenza in autonomia e abitua ad amministrarla, perché un giovane segue se può partecipare come artefici del proprio sviluppo, e non segue chi impartisce soltanto ordini o indicazioni. C’è chi teme che questi sistemi portino a perdere autorità e controllo, ma chi stimola interesse, lascia la libertà che gli allievi sanno amministrare e si aspetta risposte perché si sentano adeguati, ha la massima autorità, perché ottiene senza comandare.

Accetta di essere necessario quando il suo aiuto è indispensabile, si propone come figura da seguire senza timore di essere raggiunto o anche superato e concede una libertà che non è assenza di compiti o vincoli. Non ordina, ma propone, e insegna a imparare anche da soli e a provare il nuovo. Rispetta le regole e gli impegni del proprio ruolo, ed è seguito perché lascia spazio all’iniziativa personale, ma sa decidere e pretendere che nessuno esca dalle norme che regolano i rapporti e la presenza nello sport.

Questi atteggiamenti non sono proposti soltanto per lo sport ma, in un periodo in cui mode, ideologie e convinzioni infondate isolano i giovani o li spingono al conformismo e a un adattamento passivo, consigliano il vantaggio personale contro di quello comune e propongono figure che li manipolano e li allontanano dall’autonomia, sono essenziali per formare un adulto libero e responsabile.

Vincenzo Prunelli

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