Formazione

Sembra che dire come fare ottenga partecipazione e impegno, ma non basta neppure per ordinare un lavoro ripetitivo e non modificabile,

perché non chiede creatività e maggior impegno. E meno ancora nello sport dove, se non si sollecitano le motivazioni e, di conseguenza, la partecipazione, non si arriva a tutto l’impegno e all’efficacia possibile.

Dare indicazioni e impartire ordini

Una trasmissione fredda d’indicazioni e ordini senza una comunicazione emotiva o anche affettiva, mantiene invariata la distanza tra istruttore e allievo. Un giovane cerca di sentirsi sempre più simile all’adulto, e non nella posizione di sottomesso escluso da ogni forma di comunicazione. Ha bisogno di essere riconosciuto e apprezzato per la sua individualità attraverso ciò che riesce a pensare e fare, e di sentire considerate e applicate le sue idee e proposte, altrimenti non ha la certezza di operare sempre nel giusto, ed ha difficoltà a valutare i propri progressi o difetti e ad assumere nuove iniziative. In questa situazione, poi, avverte il mancato apprezzamento, e può viverlo anche come un giudizio negativo, fino a non acquisire la sicurezza di saper imparare.

Cancella il desiderio e la capacità di pensare e fare. Uno sportivo solo in attesa di essere imboccato e di eseguire non è stimolato a provare anche da solo e dove non è sicuro di riuscire. Nello sport, questa titubanza porta a non provare il nuovo e lasciare inattivo il talento, che non è tanto l’abilità quanto ciò che se ne può fare. Non osa fare da solo, perché non partecipa alla ricerca e alla definizione degli obiettivi e dei percorsi per raggiungerli. Non acquisisce, quindi, una giusta certezza dei propri mezzi perché non ha conferme.

Spegne il desiderio d’imparare, e non stimola l’assunzione di responsabilità. Imparare non significa soltanto capire e incamerare informazioni. S’impara quando si hanno verifiche positive su ciò che si è appreso, si è stimolati a trovare soluzioni da soli, e si sa di essere apprezzati per le intenzioni prima che per l’esattezza delle esecuzioni.

Rendersi conto di saper imparare fa entrare l’allievo nel modo di pensare e nei concetti dell’adulto e, in questo modo, si sente più lucido e consapevole di saper apprendere. Stimola l’autostima, l’autonomia e la sicurezza di superare ciò che è stato insegnato. Abitua, quindi, a imparare e andare oltre anche da soli, che è la base dell’assunzione di responsabilità, perché sapere dove si vuole arrivare e di possedere le conoscenze e gli strumenti per farlo impegna a sentirsene responsabili.

Blocca la creatività e l’iniziativa. Dare tutto già pensato e deciso spegne i dubbi, la ricerca di soluzioni personali e la sicurezza per fare da soli anche quando si rischia di sbagliare. Si può dire che è meglio fare subito le cose giuste e non disperdersi in tentativi incerti, ma il talento si scopre inventando le proprie, che sono anche quelle possibili e adatte ai mezzi che si possiedono. Si può anche dire che avere già tante soluzioni pronte permette di imparare prima il gioco degli adulti, ma non sentirsi partecipi delle soluzioni e fare solamente ciò che è possibile a tutti forma tanti soldatini esecutori, ma non lo sportivo che c’è in ognuno.

E l’adulto? Serve sempre la stessa minestra, perché crede unica la propria idea. In questo modo non impara dalla creatività e dall’iniziativa libera degli allievi. Senza volere, ripropone, o cerca di imporre, la propria teoria, salvo nascondere i “segreti” che soltanto lui conosce, non condivide per non favorire i rivali e, quindi, non arricchisce. Non stimola la partecipazione, che coinvolge anche l’impegno nei confronti di un obiettivo conosciuto e comune. Poiché può contare sulla concentrazione e sull’impegno naturale degli allievi, cerca di stimolarli con la paura, la minaccia di punizioni, o con l’offerta di una stima formale che suona subito falsa. Comanda, quindi, ma finisce per dover chiedere impegno e adesione senza essere certo di ottenerli.

Vincenzo Prunelli

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