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Il coraggio sembra facile da riconoscere, ma a volte si tratta di una risposta all’insicurezza, di un’esibizione per procurarsi un giudizio positivo o non sentirsi esclusi, oppure di un espediente per nascondere dei disagi.

.Di solito, il coraggio non si vede

Il coraggio sembra facile da descrivere, ma spesso si parla di ciò che si fa per nascondere la paura di non averlo. Se chiedi a qualcuno he cosa siano gli atti coraggiosi, ti risponde che è sono la ricerca del rischio, gli azzardi fini a se stessi e privi di uno scopo e le esibizioni di temerarietà. Nello sport piacciono, perché sono appariscenti, possono incutere paura e soddisfano il genitore invasato e l’allenatore fuori dai tempi che, al giovane ancora incapace di cogliere la loro rozzezza, urla: “Rompigli le gambe, coniglio”, “stendilo” o simili. Possono essere modi efficaci per intimorire l’avversario e interrompere un’azione pericolosa, ma impediscono a chi li usa di scoprire e impiegare il proprio talento e hanno effetti solamente sui meno abili. Ricordo una squadra in cui si badava a giocare meglio ed erano banditi tutti i gesti violenti e le ritorsioni contro gli avversari. Questa squadra ha vinto tutto, e in parecchi anni hanno dovuto fare i conti solo due volte con la giustizia sportiva: una per somma di ammonizioni, e un’altra, per una risposta stizzosa verso un arbitro. Per il resto, chi interveniva su un avversario per “fare male”, era subito sostituito.

Come definire il coraggio nello sport? Non è una risorsa utile al momento o una scarica di adrenalina alla quale si ricorre in caso di necessità. È un aspetto stabile del carattere che si raggiunge per gradi man mano che ci si rende conto di essere adeguati di fronte a prove sempre più difficili. Si potrebbe anche definire come il modo di manifestarsi della sicurezza perché, se questa manca, al massimo si assiste a tentativi al buio sperando di centrare l’obiettivo. È arrivare a ciò che è possibile, scoprire i propri limiti e non nasconderli, ma impegnarsi per ridurli. O, in altri termini, è la costanza per realizzare fino in fondo le idee e sentirsene responsabili, oppure confrontarsi con qualsiasi situazione e mettersi alla prova quando è necessario per migliorarsi.

Com’è chi ha coraggio nello sport? Non è mai appariscente, scomposto e, soprattutto, temerario, perché cerca ciò che è più utile a tutti, e non ciò che serve a uno solo per esibirsi. Fa ciò che la situazione richiede senza bisogno di stupire, anche se chi non rischia mai il nuovo può soddisfare l’allenatore che cerca un allievo ordinato e sempre attento a non commettere errori, ma non chi vuole portare ognuno al livello possibile. A volte, quindi, anche il coraggioso sbaglia, e forse più degli altri, perché utilizza tutte le proprie risorse al massimo e non si limita a eseguire, ma cerca di fare sempre il meglio anche quando potrebbe accontentarsi. Non fugge il rischio e il pericolo quando deve far fronte a situazioni che li richiedono, e prova e sperimenta il nuovo, perché non ha paura di sbagliare. Cerca di realizzare tutto ciò che è consentito ai suoi mezzi e ci mette sempre del suo per andare oltre ciò che gli si può chiedere e insegnare. O fa sempre tutto ciò che la situazione richiede, impiega tutte le proprie risorse senza calcoli, ed è sempre all'altezza delle proprie possibilità, tante o poche che siano.

Il coraggio sembra facile da alimentare, ma tante volte si va contro le intenzioni. Per esempio, quando s’insiste per darne troppo, a un giovane si fa capire che gli manca. Tanti credono di stimolarlo accentuando le difficoltà, ma la paura serve per unire tutte le forze quando si deve scappare da un pericolo, ma non rende lucidi né più attenti quando si tratta di metterci tutta l’abilità per fare meglio. Oppure, si pensa di darne con le parole a chi si nasconde per paura, ma è un’illusione pericolosa, perché così gli si fa capire che non ha mezzi né coraggio. 

Vincenzo Prunelli

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