Non si parla di un mondo buono, dove gli ingenui fanno i delicati e gli altri picchiano e vincono. Il “rompigli le gambe, coniglio”, urlato alcuni decenni orsono al Filadelfia dal direttore di un importante Settore Giovanile, si sente raramente, ma non è scomparso, soprattutto dalle tribune. Ragazzini che, invece di imparare a costruire con il talento, sono condizionati a distruggere il gioco con un’aggressività a volte non controllata, se non addirittura lesiva, si vedono a ogni gara, e anche tra poco più che bambini.

In un’epoca in cui lo sport aveva un significato diverso, c’era quasi un’opposizione tra l’impiego fine a se stesso del fisico e la scuola, intesa, invece, come intelligenza, cultura e progetto. Poi è diventato quasi passatempo frivolo rispetto alla serietà e alla nobiltà della scuola. Da alcuni decenni, quando allo sport è stata data una grande valenza educativa, si parla di tanti effetti che s’influenzano e si sommano, ma non si è ancora arrivati a una sintesi piena, perché contano ancora di più il risultato comunque ottenuto e una pratica che non chiede la partecipazione attiva e autonoma dello sportivo.

Un genitore dichiara la propria soddisfazione per il rapporto che ha saputo instaurare con il figlio. Per un’intuizione personale, è passato da un sistema direttivo, da adulto che sa a giovane che deve soltanto imparare, a una condivisione che rende entrambi artefici attivi del rapporto. L’età in cui un giovane pretende di contare è calata, ma non si è riusciti a renderla produttiva, come dimostra il disagio di tanti che sono privi di autonomia, iniziativa e di una chiara identità. E il rapporto che vedeva il genitore come autorità e il figlio che doveva aspettare l’età adulta per essere considerato capace di pensare e decidere non regge più.

Il corpo, per esprimersi, ha bisogno di esercizio costante. Dietro lo sport ci sono tanta fatica e impegno con passione e determinazione, tanti pensieri e dubbi, tante sfide e sogni da realizzare, tante prove in allenamento e gara, tante gioie e soddisfazione, tanti insegnamenti, esperienze che fanno crescere e maturare. Per ottenere qualcosa bisogna faticare, impegnarsi un po’ soffrire, incontrare discese e salite e arrivare a conclusione sperimentando soddisfazione e gioia.

L’argomento è un po’ pesante e curioso, ma sembra importante, come si crede quando si parla delle proprie cose. Si parla di automatismi, cioè di reazioni che si sono formate dopo una serie di ripetizioni fino a dare una risposta automatica di fronte a situazioni improvvise. Anche condizioni psicologiche nate da un singolo episodio, come la partita più bella giocata anche solo una volta, accantonata tra i ricordi e rievocata in pochi minuti, si può paragonare a un automatismo che si può scompaginare con un intervento maldestro.

Il dirigente del Cagliari non è un bieco oppressore, e forse è soltanto quello che “se giocassi io darei sangue per vincerle tutte e onorare la maglia”, oppure vuole solamente dire di non avere responsabilità o mostrare grande determinazione. Non sappiamo se i giocatori del Cagliari non siano veri professionisti, giochino male volutamente, stiano tramando qualcosa contro la società, o magari abbiano già accordi con un’altra. Lasciamo perdere le ipotesi complottiste, e non perché non ci possa essere qualcosa di vero, ma perché quello usato non è il metodo migliore per risolverle.

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