Le vostre domande

Certe domande si prestano a più interpretazioni secondo i casi, ma barrare la risposta più comune.
Altre sono volutamente ambigue.

1 La creatività del talento può dover essere frenata?  Si

A volte, lo sport considera il talento indisciplinato e insofferente alle regole, e cerca di arginarlo e condurlo all’obbedienza con metodi anche duri, mentre l’apprezzamento dell’adulto è una motivazione che dà coraggio e desiderio di migliorare. Se s’ignorano e si soffocano le idee e l’impulso creativo, in un modo o nell’altro la creatività si manifesta, perché non può essere imbrigliata. Nei casi favorevoli, diventa solo spirito polemico mentre, in altri, astio, ribellione o anche abbandono.

Chi non si sente valutato per quanto crede di valere sviluppa disagi e inadeguatezza, oppure uno spirito polemico che lo porta a reagire e diventare difficile. Inoltre, con un adulto che non lascia spazio, subisce e impara i suoi modi, fino ad arrivare alle stesse reazioni nei suoi confronti. Oppure, se è dotato di un pensiero troppo personale, rischia di considerarsi inadeguato e diventare intrattabile.

2 È sempre utile proporre schemi perfetti al talento? No

Uno schema razionale è sempre utile, ma va impiegato come traccia, esempio o tema di discussione, e non come soluzione unica e indiscutibile.

Difficilmente si arriva al talento di ognuno, che è del tutto individuale, mentre l’imitazione è la copiatura del gesto e, magari, del talento di un altro.

Non bisogna confondere il talento con l’abilità. L’abilità è la capacità di eseguire in modo fedele ciò che si vede o è proposto, e può interessare solo l’apprendimento. Al talento serve stimolare la critica, che interpreta ciò che sta avvenendo, la creatività, che cerca la soluzione per fronteggiarla e, di più, per creare e imporre la propria. 

3 La punizione è uno stimolo positivo? No

La punizione è vissuta come atto ostile, umiliante e indifferente verso i motivi della trasgressione. Se impiegata come metodo educativo diventa motivo di rivendicazione, trasmette un modo che sarà assunto nel carattere o, inattesa, un motivo di vendetta.

Chi la subisce può cambiare il comportamento per timore di incorrervi, per senso di colpa o in modo passivo senza cogliere gli elementi per capire l’inutilità della trasgressione ma, anzi, ripeterla facendo soltanto in modo di non essere scoperto.

Occorre, invece, parlare di conseguenze naturali, cioè di patti stabiliti insieme, che sono applicate senza lasciare strascichi e chiamano alla responsabilità.

4 il gesto tecnico eseguito male dal bambino può lasciare esiti irrecuperabili? No

Il bambino esegue il gesto tecnico con i mezzi di cui dispone. Il gesto che è richiesto, di solito è quello del campione, che ha mezzi tecnici, fisici e psicologici del tutto diversi e certo non imitabili. Il bambino ha bisogno di giocare liberamente per provare tutti i gesti che gli consente la sua dotazione, fino a raggiungere l’armonia fisica e la forza per eseguirli. Potrà soltanto tentare di imitare quello del campione, che non raggiungerà mai, perché ognuno ci metterà qualcosa di proprio che per lui è più funzionale.

Se fosse così facile arrivare al gesto del fuoriclasse, perché non insegnare a tutti a giocare come lui?

5 Un errore va sempre corretto? No

C’è l’errore che deve essere corretto, come quello che va a svantaggio della squadra, e ci sono le disubbidienze, le reazioni o le ribellioni. Corretto, però, non vuole dire punito, ma discusso e, se “volontario” o ribelle, deve andare incontro alle conseguenze stabilite prima.

Altro discorso è l’errore nella ricerca ragionevole di una soluzione nuova, la proposta non capita dai compagni ma logica. Questo va discusso in gruppo non per correggerlo, ma per studiare insieme come si sarebbe potuto trasformare in uno schema collettivo. 

6 È utile trasmettere al bambino le modalità dell’adulto? Sì e no

L’adulto, nel bene o nel male, è sempre un modello che è imitato. È utile se trasmette, con il comportamento e non con parole anche logiche, modi che saranno validi anche nella vita adulta, e adatti al momento dello sviluppo.

È, invece, non soltanto inutile, ma anche dannoso, pensare di usare teorie, ragionamenti, dimostrazioni pratiche non ancora comprensibili o prospettare obiettivi futuri, anche se validi, perché il bambino vive “qui e ora”, e risponde solamente a ciò che è presente e gli procura piacere.

Trasmetterle, inoltre, non significa imporre le proprie, ma viverle con coerenza, in modo che il bambino le assuma come comportamenti naturali.

7 È preferibile il giocatore autonomo (1) o l’esecutore preciso (2)? 1

Il giocatore autonomo non aspetta solamente ordini e disposizioni, ma cerca le soluzioni secondo quanto gli propone la situazione e con l’obiettivo di modificarla e imporre le proprie. Conosce la professionalità e s’impegna da solo per mantenerla e migliorarla. Esercita la creatività, cioè cerca il nuovo, che è l’unica via per scoprire il proprio talento, perché sa decidere che cosa fare secondo la situazione e le intenzioni.

L’esecutore, invece, fa ciò che ha imparato o gli è ordinato. Anch’egli cerca di modificare la situazione, ma è più portato a contrastarla o neutralizzarla, perché non gli è chiesto o, anzi, gli è proibito decidere da solo, si adegua a ciò che sta avvenendo e ha difficoltà ad assumere iniziative non comandate.

8 È meglio imitare modelli ideali (1) o sviluppare ciò che è proprio di ognuno (2)? 2

Un gesto tecnico complesso è la somma di tanti altri parziali che si completano. Non si può assimilare subito e integralmente, perché sarebbe un’imitazione approssimativa e incapace di evolvere verso quello definitivo.

Un gesto imperfetto e copiato non può inserirsi in modo automatico e naturale in una situazione rapida e complessa di gioco. In pratica, l’impiego dei propri mezzi è più efficace di un’imitazione imperfetta. Il gesto del campione, quindi, non può essere insegnato, ma vagamente imitato in una situazione della gara. Inoltre, soltanto dopo aver sviluppato l’armonia, la coordinazione, la forza fisica e il pensiero astratto, il giovane può imparare dall’esercizio e dall’imitazione, e non più soltanto dal gioco.

In pratica, solo dopo aver realizzato il proprio gesto migliore, costruito sulle qualità che si possiedono, si può farlo arrivare il più possibile simile a quello ideale.

9 Un bambino che non sbaglia mai piace? No

Un giovane che non sbaglia non diventa un adulto autonomo. Durante lo sviluppo, e anche dopo, chi si limita a ripetere e non prova l’originale e l’imprevisto, non evolve. Resiste la convinzione che impiegare solo conoscenze sicure e collaudate sia il metodo più logico per formare lo sportivo, o che la prova non riuscita sia una colpa, ma così si penalizzano le potenzialità vere. È il caso, invece, di prendere confidenza con l’errore commesso in un’iniziativa mai sperimentata, e quindi non sicura, ma più funzionale di quelle conosciute, che è il segno più chiaro d’impegno e creatività.

Per correggere questi errori non serve condannarli, dare la soluzione giusta o pensare a sanzioni, che non servono neppure per evitare quelli colpevoli e stimolano reazioni e desiderio di rispondere con altri errori. Soffermarvisi troppo, poi, li rende più evidenti, li fissa nella mente e rende più difficile la correzione. Durante la gara, invece, l’istruttore sdrammatizzi, perché troppa emotività e il timore di sbagliare rendono rinunciatari e meno lucidi. E, dopo, non vi si soffermi, ma cerchi quale sarebbe stata la soluzione giusta, per muoversi su un campo pulito piuttosto che costruire su iniziative sbagliate.

La punizione, il rimprovero o i giudizi rendono più evidente l’errore, perché obbligano a riviverlo mentalmente. Se, invece, l’istruttore gli offre l’opportunità di spiegarsi, lo rassicura di poter tentare soluzioni nuove senza inutili paure, comprende se l’allievo non ha capito o lui ha trasmesso un'idea incompleta, abitua la squadra a rispondere in modo costruttivo alle proposte dei singoli e, alla luce delle soluzioni che si sarebbero potute adottare, magari scopre anche uno schema di gioco originale.

10 Ogni trasgressione deve avere una conseguenza? Sì

La punizione non ha funzioni educative e le trasgressioni devono avere conseguenze, ma se nessuno sbaglia volutamente, si cerca di capirne insieme le cause e le correzioni.

Quando una squadra o il singolo ignorano le direttive di una professionalità adeguata o vogliono essere distruttivi per sfidare società e allenatore, il terreno è già inquinato da troppi errori, e una punizione è uno in più. Se un giovane si ostina a dimostrare che fa ciò che vuole e può piegare tutti ai suoi capricci, pagherà conseguenze già stabilite prima, compreso l’essere escluso finché non cambierà tono. Non è una punizione né una condanna senza appello, ma una richiesta di responsabilità, un patto tra adulti che non impone, va rispettato e non lascia conti in sospeso, perché basta rinunciare a una condotta negativa.

Vincenzo Prunelli

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