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Le considerazioni si riferiscono a concetti generali, ma vi sono casi che possono essere discussi e, a volte, suggerire interventi particolari.

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Commenti in libertà (e disordine)

11 Si può andare oltre ciò che è insegnato? Sì

È indispensabile, perché il giovane abituato a usare ciò che ha imparato per continuare con i propri mezzi a trovare soluzioni e sviluppi personali, scopre le proprie qualità, usa la creatività, sviluppa l’iniziativa e pensa secondo le proprie convinzioni.

 Presuppone un giovane responsabile, che abbia sviluppato ingegno, creatività, iniziativa, e un istruttore che adegui l’insegnamento a ogni fase dello sviluppo, e le richieste ai mezzi di ogni allievo. Così stimola la partecipazione e capisce quanta libertà concedere perché vada oltre ciò che ha imparato e usi ingegno e creatività per trovare le soluzioni possibili al suo talento.  Lo abitua a usare da solo i livelli superiori dell’intelligenza, dove si vivono l’ingegno e il talento; a sperimentare il nuovo e, quindi, a sbagliare e imparare a correggersi; a collaborare, sommare i contributi, confrontarsi sulle conoscenze e sulle opinioni, abituarsi al collettivo, acquisire la consapevolezza di saper imparare e trovare i passaggi verso la soluzione.

12 Insegnare ai giovani a essere furbi forma lo sportivo? No

La semplice furbizia è sempre un ostacolo allo sviluppo della mente e, nello sport, anche dello sportivo. E fare un gioco sporco per l'oggi non fa arrivare allo sport vero, e addirittura all’adulto stesso. Si allena a giocare per la vittoria manipolando le situazioni o eludendo le regole, ma non s’insegna a ottenerla, e dà sportivi che non usano tutto il loro talento, perché non hanno avuto modo discoprirlo e allenarlo. Lo sostituisce con artifici che non serviranno quando si giocherà davvero per vincere, e procura vittorie rubacchiate e solo provvisorie che non danno sicurezza.

Le furbizie abituano ad aggirare gli ostacoli invece di sviluppare le risorse e i modi per affrontarli. Subito possono bastare, ma bloccano la creatività, l’iniziativa personale, l’ingegno e l’intuizione, che sono i caratteri specifici del talento.

13 I trucchi sviluppano il talento?  No

I trucchi sono gli strumenti tipici dell’insicuro, che cerca scorciatoie perché non sa misurarsi alla pari. Può essere l’unico modo per competere quando le forze sono troppo sbilanciate, ma i giovani, devono scoprire e imparare a usare tutte le possibilità di cui dispone il loro talento, che sono le vere armi dell'agonismo.

 I trucchi autorizzano a simulare, a lasciarsi andare a vittimismi o a comportamenti aggressivi e violenti, a fare scene, a usare mezzi sleali che non serviranno per lo sport vero. Inoltre, tutte queste azioni e finalità sono messe in atto a danno del talento di ognuno e portano a un adulto mediocre.

Non è da trascurare un altro rischio: se un giovane è spinto a essere sleale e soltanto scaltro con tutti, perché non lo dovrebbe essere anche contro l’adulto, genitore o istruttore, che lo dovrebbe educare? E ha senso una formazione in cui s’insegnano trucchi e slealtà, quando le potenzialità si scoprono e si manifestano usando le qualità del proprio talento?

14 Con i giovani è sempre utile una gara da vincere? No

Tanti giovani sono disposti a tutto, e vivono turbamenti così intensi da mettere davanti ad ogni cosa un riconoscimento pubblico, una vittoria o una medaglia, che fanno immaginare esiti non rimediabili. Nella formazione, una partita giocata solo per vincere e non per scoprire il proprio talento e imparare, è inutile. Logico che anche con i giovani si faccia sport per vincere ma, a ogni età, va contro le condizioni che regolano il rendimento.  

Prima della gara, l'assillo di vincere aumenta la tensione e toglie fiducia e coraggio, poiché conta il risultato, mai certo, e non il livello della prestazione. Enfatizza la forza dell'avversario e la difficoltà della gara, crea pensieri negativi perché, nell'attesa, al desiderio della vittoria e alla sicurezza, subentra la paura della sconfitta, perché un livello di attivazione eccessiva è contrario al rendimento.

Durante la gara, crea ansia, paura e attese cariche d'affanno, che disperdono energie e contrastano l'attenzione, la padronanza dei propri mezzi e la sicurezza per controllare le difficoltà della gara. Obbliga ad adottare solo i gesti che altre volte si erano rivelati efficaci e impedisce di inventare soluzioni nuove. Impedisce di creare, che è l'essenza del gioco e del rendimento, e produce anche un altro effetto: alle prime difficoltà subentra la paura di perdere, che è puro tentativo di salvarsi dalla sconfitta. Toglie sicurezza e coraggio per giocarsela sempre tutta, perché l'atleta troppo teso e "caricato" per vincere non riesce a mantenere la continuità per far fronte a qualsiasi situazione.

15 L’allenatore deve anche trasmettere le proprie conoscenze? Sì

È indispensabile, perché il compito di ogni educatore è trasmettere se stesso affinché l’educato abbia una traccia sulla quale sviluppare tutti i propri caratteri, e portare ad acquisire e impiegare nuove capacità, scoprire il proprio talento e superare ciò che è insegnato, fino a avvicinare quantità e qualità delle conoscenze di insegnante e allievo.

L’istruttore concede all’allievo ciò che dipende da lui, come l’iniziativa libera, che consente di provare il nuovo, e quindi, di sbagliare, la critica e la libertà di esprimere opinioni e portare proposte. Intanto, però, gli trasmette le norme che devono essere acquisite e osservate da tutti, gli spiega gli obiettivi e particolari che non può ancora conoscere, gli permette di collaborare, proporre idee creative e di percorrere tutto il tragitto verso la soluzione, che non sarà più perso. E il processo può definirsi come “imparare a imparare”, perché la soluzione è dipesa dalla sua iniziativa.

L’istruttore espone le proprie esperienze e conoscenze, permette che siano criticate e, se è il caso, anche modificate. Ciò non significa negare i contri­buti dell’esperienza, ma fornirli in modo che pos­sano percorrere i procedimenti che portano alla loro forma­zione.

L'educazione non è un flusso che va in una sola direzione, dalla guida agli allievi. Non basta trasmettere ciò che si sa, ma occorre un clima di collaborazione fattiva che superi la separazione, se non estraneità, che esiste ancora tra i ruoli di chi insegna e chi impara.

Qualcuno afferma di non avere abbastanza tempo a disposizione ma allievi interessati e in possesso di conoscenze per capire ciò che ascoltano, sicuri di essere apprezzati per i loro contributi e motivati a sentirsi utili, lo fanno risparmiare.

 16 L’eccitamento favorisce la lucidità? No

Sembra che l’impeto agonistico, la carica, la rabbia, l’aggressività o la cattiveria, in pratica l’adrenalina, siano le condizioni ideali per il rendimento e gli strumenti più importanti di uno sportivo. L’adrenalina è essenziale per raggiungere il giusto stato di attivazione, oltre il quale cala rapidamente il rendimento, perché è come scollegasse il fisico e la mente. È, invece, indispensabile quando occorrono tutte le forze per sfuggire a un pericolo come, per esempio, quando si è inseguiti da un cane o si deve intervenire per soccorrere qualcuno in una situazione drammatica. Non può, quindi, essere lo stimolo di un’iniziativa personale ma la reazione emotiva per fare fronte a un pericolo.

La lucidità, invece, è un cervello che pensa, decide e sceglie la soluzione più vantaggiosa per raggiungere un obiettivo. Se l’eccesso di adrenalina avvia una risposta  emozionale, la sicurezza, l’autostima, l’autonomia, la consapevolezza delle proprie forze, il coraggio e l’iniziativa sono i caratteri alla base della lucidità. Così intesa, la lucidità può sembrare una situazione troppo personale e quasi anarchica, mentre è il percorso per raggiungere le qualità e il talento di ognuno. È un limite, quindi, agire sulle qualità e sui caratteri di oggi come fossero definitivi, come fa la specializzazione precoce, che tratta tutti allo stesso modo e non cerca ciò che c’è in ognuno.

17 La formazione più diffusa nello sport rispetta le tappe dello sviluppo? Non sempre

La formazione che è frutto di impegno e passione ha certamente ha anche effetti positivi, e per questo va apprezzata, ma ciò non esclude un’interpretazione critica.

Non rispetta le tappe evolutive, che sono strettamente vincolate allo sviluppo fisico, emotivo, intellettivo e, nello sport, anche tecnico. Considera il bambino un piccolo professionista da trattare solo con dosi diverse, anche se non possiede il pensiero astratto e, quindi, non è sensibile al ragionamento, impara dal gioco e da ciò che coglie con i sensi, e non è pronto per interpretare lo sport come un lavoro. È inutile chiedergli di imitare il gesto del campione, perché non ha la struttura fisica e i mezzi per eseguirlo, non potrebbe sviluppare i propri, e non si forma facendogli eseguire gesti prematuri e non suoi. La natura, inoltre, porta a utilizzare ciò che è possibile e più funzionale e, nello sviluppo, nulla lo è più di ciò che si possiede. Ritiene la specializzazione precoce l’unico strumento per abituare da subito al gioco degli adulti, mentre il bambino scopre e sviluppa il talento soltanto attraverso il gioco. E attende uno sviluppo spontaneo e privo delle norme e delle libertà che regolano la vita dell'adulto.

Chiede prestazioni impossibili ma, nello sport, è un’illusione che impedisce quelle possibili e, nel carattere, predispone a sentirsi inadeguati o a scegliere percorsi pericolosi. Raggiunge l'imitazione e l'apprendimento passivo ma non l'intuizione, la critica, la creazione e l’ingegno, che sono i livelli più elevati dell'intelligenza. Considera il giovane un puro recettore ed esecutore, lo relega in una condizione passiva esclude i livelli superiori dell’intelligenza, che è la sede che comprende e in cui opera il talento. Esclude l’iniziativa libera, che ha bisogno di poter sbagliare perché cerca il nuovo, che non è ancora sperimentato. Ostacola la creatività, che è lo strumento per cercare altre possibilità e soluzioni, non stimola il coraggio di provare e la correzione dell’errore, che sono indispensabili, perché giocare solo per evitarlo è la negazione dello sport.

18 Basta assimilare gli insegnamenti per sviluppare il talento? No

Gli insegnamenti sono indispensabili ma, col tempo, diventano più utili le qualità superiori della mente e l’iniziativa libera. Limitarsi a insegnare, però, è un messaggio a direzione unica e senza possibilità di verifica, impedisce di imparare dagli allievi e di conoscerne i carattere, e specialmente dal talento, che non li può adattare alle proprie qualità. Impedisce di rispettare i tempi dello sviluppo e ad assecondare la scoperta e l’uso delle qualità e la partecipazione, che sono gli strumenti per arrivare al talento e aiutarlo a crescere. Allena soltanto l’apprendimento e l’esecuzione, ma non le capacità superiori della mente, come la critica, la creatività, l’intuizione o l’ingegno. Non può scoprire le qualità proprie del talento perché, chiamato a eseguire i gesti di tutti, che sono diversi dai suoi, non esercita la creatività e l’iniziativa personale, e non si può avventurare nel nuovo senza temere di sbagliare. Lo abitua a valutarsi sulle realizzazioni concrete, ma non sulle idee e sulle iniziative, pretende che metta in pratica ciò che ha appreso e intuito, e lo costringe a cercare solamente di evitare l’errore.

Negli sport di squadra, poi, occorre pensare, creare, proporre e fare insieme in ogni fase dell’attività, e l’allievo deve poter sbagliare cercando il nuovo e trovare le soluzioni con il contributo di tutti, perché il collettivo ha bisogno di precise indicazioni, ma anche della libertà di produrre soluzioni nuove.

E, infine, se non accetta opinioni, proposte e idee e non le fa proprie, l’istruttore non impara e si presenta sempre uguale mentre loro cambiano.

19 È più utile sviluppare la propria esecuzione (1) o copiare quella del campione (2) 1

Un gesto tecnico complesso è la somma di tanti altri parziali che si completano. Non può essere imitato subito e integralmente, perché l’acquisizione si risolverebbe in una copia approssimativa e incapace di evolvere verso quello definitivo. E non si può cercare di riprodurlo, perché si tratterebbe di un gesto imperfetto, copiato da altri e impossibile da inserire in modo automatico e naturale in una situazione rapida e complessa di gioco. L’impiego dei propri mezzi, quindi, è sempre più efficace di un’imitazione mai perfetta. Il gesto del campione, quindi, non può essere insegnato e, in una situazione della gara, solamente imitato. E, soltanto da quando, il giovane ha sviluppato l’armonia, la coordinazione, la forza fisica e il pensiero astratto può imparare dall’esercizio e dall’imitazione, e non più soltanto dal gioco.

Occorre portare ognuno al proprio gesto migliore stimolando le capacità già evidenti per arrivare all’armonia e alla padronanza fisica. Più tardi, s’interviene sul gesto già acquisito con dimostrazioni e suggerimenti affinché provi da solo a modificarlo verso quello per lui più efficace. In pratica, si porta a migliorare il proprio gesto, costruito sulle qualità che possiede e può sviluppare, per farlo arrivare il più possibile simile, e purtroppo mai uguale, a quello del campione.

 20 L’errore va sempre condannato? No

L’errore che nasce da indolenza, presunzione o ribellione va sempre condannato. Quello che, invece, per sperimentare il nuovo concilia originalità e libertà con l’aderenza alle esigenze reali, impiega mezzi idonei e cerca il vantaggio comune, va sempre apprezzato. Il giovane è una potenzialità che va indirizzata e lasciata esprimere, perché l’ingegno liberato da inutili vincoli si manifesta come creatività e iniziativa mentre, se frenato, diventa irrequietezza e ribellione. C’è chi di tanta libertà si spaventa ma, quando c’è intesa e si condividono gli obiettivi, i giovani rispondono con comportamenti diversi secondo i mezzi di cui dispongono, ma sempre in accordo con le attese di chi li guida.

Perché lo sport teme l’errore? Il primo motivo, forse, è che teme la libertà e l’autonomia perché non è preparato a controllarle. Più sul pratico, continua a voler vincere oggi, e non importa come, e il divieto di sperimentarsi sembra proteggere meglio dall’errore. Lo sviluppo armonico della persona, però, percorre momenti che non si possono perdere, come la permeabilità all’apprendimento e l’adattamento alle esperienze utili per formare il carattere e, nello sport, alla scoperta e allo sviluppo del talento.

Vincenzo Prunelli

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