Le domande dei genitori

Vedo tanti ragazzi aggressivi, annoiati, privi di interessi e di stimoli o ritirati dal mondo. Eppure, credo che noi genitori diamo affetto e li aiutiamo a essere attivi.

È anche colpa di noi genitori?

Spesso si impongono le convinzioni di chi scrive o pensa per gli altri, ma è indubbio che qualcosa di vero c’è. Occorre, però,  precisare che sono i ragazzi che si allontanano dal vivere comune a fare più notizia, e che la grande quantità vive un ruolo attivo. Non si sa se siano segni di un momento particolare, quasi una conseguenza del progresso e un fenomeno destinato a peggiorare, ma è certo che tanti giovani mostrano qualche turbamento, e sembrano impotenti di fronte alle esigenze dell'età. Sembra si stia imponendo il principio che, adottando come modello personaggi che inventano dal nulla anche delle stravaganze, ogni generazione quasi nasca pronta per cancellare la cultura di quella precedente. Le uniche artefici di un cambiamento sarebbero le idee dei tempi o del presente che muta ogni giorno, e non conterebbero la natura della persona o la natura stessa.

Possono cambiare tante cose, ma ci sono punti fermi che non si possono cancellare. Per esempio, lo sviluppo continua ad avere tempi, modi e percorsi precisi che non possono essere manipolati. Ognuno è un’individualità diversa dagli altri, e deve essere aiutata a svilupparsi secondo i propri caratteri, altrimenti non si può parlare di autonomia e libertà, ma di coercizione e conformismo imposto. La completezza non è assorbimento passivo d’idee di altri, ma lo sviluppo di tutte le potenzialità e la possibilità di impiegarle. L’”altro”, che si voglia o no, continua a essere indispensabile per imparare ed evolvere anche quando ha idee diverse. Le regole non sono imposizioni e vincoli ai quali ribellarsi, ma i punti fermi della cultura indispensabili per i rapporti e l’intesa costruttiva con gli altri, per partecipare a ciò che è comune, essere attori produttivi, integrarsi e sentirsi adeguati e non esclusi. L’obiettivo di ognuno è la volontà di evolvere e completarsi per fare la propria parte, e non il ritiro in un comportamento rabbioso e inutile, in un isolamento nella tecnologia che consente soltanto rapporti virtuali e contraffatti o il rifugio in una passività che si limita a chiedere.

Senza colpevolizzarci troppo, anche noi genitori siamo stati condizionati da mutamenti, a volte imposti, che non si possono assimilare e non permettono di sperimentare un modello educativo comune. Dobbiamo, però, tenere conto della realtà che agisce sul giovane e di come noi possiamo sbagliare e ci dovremmo proporre. Il giovane attuale risente, prima, di un’educazione incerta e, più tardi, di una realtà spesso già stabilita e povera di occasioni che non lascia spazio alla creatività e all’iniziativa personale, di un livellamento dei comportamenti e della proposta di troppi modelli che non riesce a dominare e a plasmare secondo i propri interessi e bisogni. Ha un’esuberanza da esprimere, mentre la realtà gli offre poche occasioni, o magari accetta solo l’opinione di chi afferma che occorre divertirsi, fare esperienze o uscire dalla noia. Non si appaga di ciò che è possibile e s’inventa le difficoltà, i rischi e la violenza immotivata, come il brivido degli scontri violenti tra bande, il sadismo sugli indifesi, il bullismo o le sfide alle forze dell’ordine, oppure, le prove di coraggio per gioco fino al suicidio, certo non voluto, ma neppure evitato, come mezzo estremo per contare in qualche modo. Inoltre, oggi è meno facile trovare terreni di sfida per mostrare il proprio valore: chi fa e s’impegna di più non ha di più, e allora, se non lo sappiamo motivare verso scopi costruttivi, non restano che il rischio o il gusto del proibito.

E i nostri errori? Vorremmo che desiderino ciò che appagava noi, ma i tempi sono cambiati. Il successo e la gloria attraverso la fatica, e certi sogni che appena ieri potevano essere realistici, oggi sono sempre più problematici e, in ogni caso, il giovane non li sente più come valori. C’è chi tenta di essere direttivo, ma ci riesce finché il figlio non si ribella o accetta di essere un succube. Chi permette e dà tutto per vederlo felice, senza contare che la felicità ognuno se la costruisce da solo quando si sente adeguato verso ciò che sa fare. E poi, c’è la protezione che, da atto d’amore, si è trasformata nel fare tutto per spianargli la strada verso traguardi importanti, ma non gli rinforza le ali per volare da solo. Oggi il giovane è protetto, ma non solo nel modo che conosciamo. Vi è anche la protezione dei percorsi già tracciati e privi di rischi perché vinca e arrivi senza fatica, o il  dargli tutto e subito perché sia sempre felice e non debba mai incontrare difficoltà. Ha regione, quindi, chi è convinto che ai figli dobbiamo creare almeno una difficoltà ogni giorno perché si abituino a risolverla da solo ma, se vogliamo che siano attivi, propongano e progettino, chiamiamoli in causa, affidiamo loro dei piccoli compiti non appena li sanno tollerare, facciamoci aiutare in modo che s’impratichiscano con responsabilità e sappiano che cosa dipende e può essere risolto da loro.

 Vincenzo Prunelli

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