Lo sport

Prefazione del libro “Calcio: formazione dell’atleta. Dai primi calci al professionista”, 1994. Sergio Vatta e Giovanni Trapattoni sono stati i primi allenatori con i quali ho parlato, e dai quali sono riuscito a farmi capire, del metodo di formazione e conduzione dei campioni dello sport.

Trapattoni 1994: precorrere i tempi

10 anni fa presentavo un libro dell’amico Vincenzo Prunelli. C'erano le basi per uno sport più evoluto e scientifico, che vedo adesso descritto in questa nuova opera. Allora mi colpirono la descrizione del collettivo e il concetto di una responsabilizzazione, di una libertà e di un'iniziativa che dovevano rendere il calciatore padrone della sua professione e in grado di interpretare il gioco come una continua invenzione e scoperta, piuttosto che come un copione solo da recitare.

Rilevavo la difficoltà di applicare queste nuove ipotesi, anche se già allora si faceva avanti la scienza, e l'allenatore era pronto per assimilare dei concetti anche sofisticati. Ricordo di aver detto a Prunelli: “Ho qualche problema a li ho qualche timore a far leggere ai giocatori il tuo libro; subito potrebbero credere di poter fare come vogliono”.  Temevo che avrei ottenuto anarchia più che libertà e Prunelli mi disse: “Fai attenzione che non lo leggano una riga sì e una no, e vedrai che troveranno più regole, doveri e responsabilità di quanti possa pretendere uno di quelli che voi chiamate sergenti di ferro”.

Da allora, anche per certe interpretazioni portata da Prunelli nella Federcalcio, molte cose sono cambiate e tanti concetti che nell'altro libro erano appena abbozzati e sembravano troppo avveniristici o, a volte, non comprensibili sono diventati di uso comune. Mi capita sempre più spesso, ad esempio, di sentir parlare di sport come educazione, di rifiuto della specializzazione precoce, di partecipazione, di creatività o di libertà nel gioco, ma di solito solo per il calcio giovanile.

Prunelli cerca il talento che c'è in ognuno e tutte le qualità da sviluppare per avere il professionista o sportivo completo. Questi dovrebbero essere gli obiettivi di qualsiasi allenatore eppure, leggendo quest'ultimo libro, mi sorge lo stesso dubbio: si può fare in una squadra di professionisti adulti?  Per quanto riguarda allenatori e giocatori sì, perché molti allenatori ricercano nuove vie e il giocatore attuale è maggiormente pronto a trovarsi le soluzioni e ad amministrarsi da solo, ma i rischi sarebbero forse più grandi. L'ambiente, Infatti, se possibile, è ancora più esasperato, e il risultato incombe su qualsiasi interesse a sperimentare nuove soluzioni. Ti devi guardare da cosa possono dire di ciò che fai, da come parli e magari da come non parli: devi saper mascherare, perché tutto viene interpretato come la causa di tutto.

  Così, spesso l'allenatore, anche quando si sentirebbe sicuro, non ci prova neppure. Se fai come hai sempre fatto o come fanno tutti, riesci comunque a salvarti, mentre ogni deviazione dal tradizionale ti espone a troppi rischi. Oggi si preferisce andare sul sicuro e sviluppare quelle qualità medie hanno tutti, mentre si lasciano indietro quelle più specifiche del singolo, che contengono l'ingegno e l’imprevedibilità, ma sono più difficili da dominare da rendere funzionali in un collettivo. In pratica, per formare un giocatore si organizza e si programma tutto al millimetro, e così c’è meno spazio per l’istinto, la libertà interpretativa e l’inventiva. Deve di essere così, perché l'esasperazione dello Sport lo richiede, ma certamente si perde qualcosa.

Come dicevo precedentemente in un libro di Prunelli (Cento vita per lo sport), del 1992), è chiaro che il giocatore è più costruito e ha meno spazio per l’istinto. Questo lo rende più funzionale, ma gli preclude la possibilità di trovare uno sviluppo spontaneo o, almeno, più aderente a quelli che sono i suoi caratteri più genuini. Gli vengono offerte pronte tutte le situazioni di gioco e non, e ha sempre minore possibilità di costruirsele da solo: tutto ciò va a svantaggio della creatività e della fantasia. Negli ultimi anni c'è stata un’omogeneizzazione verso l’alto, ma solo il fuoriclasse riesce a conservare le fiammate di genialità. Quale giocatore vorrei? Certo l’uomo consapevole di ciò che sta facendo, che sa decidere e assimilare, che capisce le esigenze del gioco, che è sempre pronto a inventare. Ma non credo sia facile poterlo ottenere e, dopo, lasciargli usare tutte queste qualità e attitudini nel gioco.

C'è ancora un altro fattore che pesa sul giocatore: l'organizzazione, se da una parte garantisce, dall'altra carica di un maggior numero di aspettative. Il giocatore ne viene oppresso deve stare più attento a non sbagliare che a creare, non si avventura a immaginare o a voler fare qualcosa che non sia detto o approvato dall'allenatore. in questo modo, però, viene menola genuinità della crescita e, nella professione, la possibilità di usare tutte le qualità e l'ingegno.

Ci sono, dunque, troppe contrapposizioni: tra ingegno e praticità, tra creatività e invenzione da una parte, e disciplina collettiva dall’altra, tra bello e funzionale o tra geniale è utile. Prunelli dice che, invece di escludere, è possibile conciliare queste contrapposizioni e, anzi proprio la capacità di farle consente di avere il massimo dal singolo e dal collettivo. Questo mi sembra il messaggio del libro.

Eppure un giorno mi piacerebbe provare. Avere giocatori che sanno fare da soli, con quali studiare insieme tattiche e soluzioni, che ti portano nuove idee e l’esperienza che fanno in campo. Ed io che cosa farei? Farei quello che non si deve interessare del presente e capire se è stato assimilato, se viene applicato, se c'è qualche suscettibilità troppo a fior di pelle da placare. Mi interesserei solo di inventare nuove soluzioni da proporre, di fornire i contributi della mia preparazione e della mia esperienza per completare e arricchire quelle dei giocatori. Vorrei lasciarli fare, vedere fin dove possono arrivare con i loro mezzi e limitarmi a tracciare e indicare nuove strade dove non riescono ad arrivare da soli. E senza paura, perché tutto questo i giocatori l'hanno dentro, come l’avevo io quando ci lasciavano più liberi di esprimerci. Hanno solo bisogno di qualcuno che li aiuti a farlo o, forse, semplicemente che glielo permetta.

Di là dai dubbi o dei rischi, comunque, vorrei sempre avere a che fare col professionista cui si fa riferimento in questo libro, ma al momento, di là delle parole, vedo ancora pochi che s'impegnano per formarlo.

Giovanni Trapattoni e Vincenzo Prunelli

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