gioco di squadra

  • Le partite della vita si preparano aggiungendo intensità ai soliti stimoli? Sono quelle in cui si dice: “Hanno giocato al 110%”. Servono stimoli speciali?

    Come giocare le partite della vita?

    Per le squadre più forti, sono quelle degli avversari abbordabili, che magari sembrano avere gareggiato oltre le loro possibilità perché si sono trasformate per inebriarsi di gloria. Per le più deboli, invece, sono quelle in cui si parte battuti, o sono state solamente drammatizzate per togliere paura e stimolare maggiore impegno. Che cosa è successo a chi ha vinto la partita della vita?

  • Quando in una squadra si sono formati gruppi in conflitto tra loro, come mi comporto per non commettere ingiustizie? E come mi accorgo che c’è un conflitto?

  • Dove mancano dialogo e rapporto, l’allenatore ha difficoltà a capire se è seguito dal gruppo. Insieme alla stima e alla fiducia, favorisca anche l’intesa e l’alleanza, ma senza cercare verifiche verbali, perché si mostrerebbe troppo bisognoso e perderebbe autorevolezza.
    Conquistare la stima e la fiducia del gruppo

  • Questo è un lavoro complesso, e comporta la conduzione del gruppo da parte di uno psicoterapeuta che usi l’approccio EMDR, in modo da permettere un lavoro di definizione ed elaborazione di obiettivi e risorse occorrenti e, al contempo, un lavoro d’individuazione, potenziamento e rafforzamento di risorse.

  • Valerio Bianchini è soprannominato “il Vate” negli ambienti sportivi.

  • Negli ultimi tempi, anche squadre di rango hanno cali improvvisi o resurrezioni non spiegabili. Sicuramente ogni caso ha le proprie spiegazioni che solamente chi lo vive può descrivere nei particolari.

    Qualche considerazione si può fare.

    La prima, che conviene iniziare da cause lontane, in pratica dalla formazione, dove perlopiù s’insegna a giocare per vincere subito. In questo modo, oltre a frenare lo sviluppo del talento, che è sempre un’ottima garanzia per non cadere nel panico per una difficoltà o un imprevisto, quando si passa in vantaggio, di solito inizia un’altra partita. Si passa da un comportamento propositivo, cioè mettere in campo tutte le capacità per imporre il proprio gioco a una fase in cui si tenta di frenare quelle dell’avversario. in pratica si gioca per non perdere, che è rinuncia e difesa, perché si passa dalla sicurezza di imporre il proprio gioco alla paura di essere sopraffatti.

    Perché un passaggio così rapido? La paura di fallire agisce in tempi brevissimi. Magari dopo un pericolo corso per una sbandata generale o anche per qualche azione della squadra avversaria che ha messo in seria difficoltà, s’inizia a giocare per non perdere. Gli automatismi, che significano giocare in scioltezza e costruire l’azione senza dover ricorrere al ragionamento, sono sostituiti dall’attenzione a non sbagliare, e quindi alla rinuncia al gioco propositivo, che è giocare per imporsi e per vincere, per sostituirlo con il gioco puramente di opposizione alle iniziative avversarie, che spegne la scioltezza, la lucidità e l’iniziativa personale.

    Giocare per imporre il proprio gioco è del tutto diverso dall’adattarsi a quello dell’avversario solo per riuscire a neutralizzarlo, e implica addirittura l’intervento di strutture neurologiche diverse. La funzione dei neuroni specchio, per esempio, che permettono di inserirsi psicologicamente nell’azione dell’avversario come fosse la propria e prevederne lo sviluppo, è sostituita dall’attesa del suo gesto per mettere in atto la contromisura. È un procedimento troppo lento e che, soprattutto, impone una concentrazione dell’attenzione sui particolari e la perdita di vista dell’insieme.

    E la squadra antagonista? Avverte subito la difficoltà degli avversari di giocare in scioltezza, il passaggio dalla libertà creativa al rallentamento delle azioni e la mancanza dell’imprevedibilità che dà il collettivo. Smette di essere troppo guardinga e inizia a osare, perché si sente più sicura e si rende subito conto di giocare in scioltezza. In questi casi, la squadra che è in crisi, invece, si limita a difendersi o, quando prova a reagire, non riesce a passare subito agli automatismi, e gioca prima di tutto per non sbagliare. In pratica, “ragiona” prima di fare ed ha difficoltà a capire che cosa faranno i compagni, ma così rallenta le azioni e non riesce a creare collettivo.

    Come avvengono questi passaggi così improvvisi? Tra due squadre che non sono già in crisi, il meccanismo è sempre lo stesso, e le differenze, quando una riesce a recuperare più rapidamente, sono un collettivo vero e una maggiore maturità complessiva.

  • Il collettivo è pensare e trovare insieme le soluzioni in campo e fuori, creare e partecipare alle creazioni degli altri, scoprire possibilità di gioco nuove e applicarle senza rischiare di essere incomprensibili.

  • C’era una volta il gioco: Chiunque abbia a che fare con i bambini è certamente a conoscenza dell’importanza educativa del gioco e di come loro siano motivati e siano totalmente coinvolti da un’attività faticosa e impegnativa, ma tanto gratificante e divertente solo un bel gioco può essere.

  • Lo sport è tale se si può vincere o perdere. Un giovane deve potere praticare sempre uno sport ma, dove è possibile, farlo con altri di pari livello, altrimenti resta ai margini e patisce e, se è un talento, esclude gli altri dal gioco.
    Come mi comporto con un ragazzo che, in qualche modo, ignora e sminuisce gli altri perché si ritiene migliore?

  • Tra gli ambiti d’intervento come psicologa dello sport, considero fondamentale riuscire a ottimizzare la relazione dell’allenatore con la sua squadra.

  • Certi atleti più emotivi degli altri richiedono qualche cautela. Si dice che siano in particolare i talenti, ma forse è un modo di dire per giustificare certi eccessi di qualcuno di loro più conosciuto.

  • La comunicazione nelle sue forme (verbale, para-verbale e non verbale) è essenziale per trasferire in sintesi concetti e indicazioni.

  • Nello sport, la mente non ha troppa considerazione.  Diceva un famoso allenatore: “Sono dei muscolari. Perché devo lasciare che facciano sciocchezze mentre io conosco le soluzioni giuste?”. E un altro: “Io traccio i binari, e loro ci devono correre sopra”.

  • L’amico Angelomaria mette insieme scienza ed esperienza, e mi fa capire quante cose non conosco. Gliene sono grato, e intanto mi chiedo quanti si arrovelleranno come ho dovuto fare io.

  • Il successo di un team dipende da innumerevoli fattori:

  • Il mito del genitore autoritario è duro a morire.

  • Nello sport, il rapporto è ancora uno strumento marginale, se non ignorato. Spesso il giovane è ancora un foglio solo da riempire, mentre dalle domande, dalle risposte e dal comportamento si possono capire che cosa ha imparato e come lo usa, il livello di ciò che si può insegnare, le qualità, specie della mente, di cui dispone e l’uso che ne può fare,
    Spiego sempre tutto, ma tante volte mi sembra di non essere capito. Sbaglio oppure oggi i giovani sono disinteressati?

  • Sono giunto a questa convinzione anche in considerazione dell’esperienza derivante dal mio passato di calciatore professionista.

Tehethon

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