Il richiamo alla volontà è l’ultima risorsa quando non si è sicuri della maturità degli allievi, si crede sempre che una gara si perda per mancanza d’impegno o, invece, che basti per arrivare anche dove è impossibile. Sulla volontà s’insiste troppo, come fosse un tratto del carattere sempre decisivo, quasi un pregio che si richiama a comando e sempre a disposizione che basta sollecitare per avere un risultato sempre positivo. È, invece, uno stimolo interiore che si ravviva spontaneamente quando s’insegue un traguardo appagante che si sa di poter raggiungere, o si spegne di fronte all’impossibile.  

La condizione che regola la performance può essere descritta anche come una concentrazione che si mantiene attiva per tutta la gara. Non è una specie di portafortuna, una suggestione o un semplice condizionamento che si recita prima dell’inizio, tipo certi cerimoniali come l’urlo di gruppo, le danze del rugby in Nuova Zelanda o gesti comuni che, in ogni caso, sono utili e fanno sentire uniti. Si tratta di creare uno stato mentale che porti a una condizione psicologica e fisica che si mantenga stabile o si possa richiamare durante la gara. L’allenatore non può proporla ogni volta, perché ognuno l’ha già vissuta, ma deve insegnare a recuperarla a ogni gara.

Nella famiglia, nello sport e meno nella scuola, s’insegna soprattutto ad assimilare e ripetere nozioni e ed eseguire comandi senza commettere errori, ma è un limite.

Ognuno è diverso, e ha mezzi e qualità che soltanto lui può scoprire quando affronta situazioni complesse che non conosce, e ha bisogno di un insegnamento e di richieste adatte. La famiglia, quando può, dà soluzioni pronte per avvantaggiare i figli, la scuola spesso si accontenta che gli allievi capiscano invece di insegnare a fare da soli, e lo sport crede che il talento sia nelle abilità, e non nel loro uso ingegnoso.

Che ognuno tenti di migliorare le proprie competenze è del tutto apprezzabile, ma occorre evitare approssimazioni e interventi al buio, perché è troppo facile avere effetti imprevisti o perdere l’opportunità di usufruire di apporti qualificati.

Nello sport si fanno tante cose per migliorare la prestazione, ma troppo spesso aumentando la frenesia, che è utile per sfuggire a un pericolo, ma è un blocco quando si devono usare la lucidità, il talento e l’iniziativa. Oggi si fa meno, ma si ha ancora difficoltà a immaginare l’atleta che, invece di caricarsi di adrenalina e difese contro la paura, si scarica di tensione negativa e torna a gareggiare come sa.

Il collettivo non è un semplice metodo di gioco che si può studiare a tavolino né la fedele applicazione di insegnamenti, ma una somma di conoscenze, interventi e attenzioni che interessano la personalità, il carattere e la mente. In pratica, è un carattere dello sportivo che si forma dall’ingresso nello sport, fino ad arrivare un modo di essere, pensare e agire stabile.

È la solita caratterizzazione all’eccesso che non riguarda soltanto lo sport. Come sempre, però, non si vuole dipingere un quadro solo negativo, ma rilevare rischi ed eventuali conseguenze.

Altri articoli...

Tehethon

Fatto con Padlet