Pillole

Introduzione e IV di copertina

Il libro tratta di educazione, formazione, prestazione e cultura dello sport, e si rivolge soprattutto a istruttori, genitori e insegnanti, ma può interessare ogni educatore.

È sintesi di competenze mediche, neurologiche, psicologiche e psicanalitiche, di esperienze e ricerche condotte nel Torino Calcio e, in seguito, in altri sport. Il modello formativo prende spunto dalle teorie della Psicologia Individuale di Alfred Adler, particolarmente adatte a educare un giovane a sviluppare ed esprimere tutte le proprie qualità.

Propone una cultura dello sport che influisce sulla personalità e sul carattere e forma uno sportivo autonomo, responsabile, costruttivo e artefice della propria professionalità, che vince prima e più a lungo e con il quale è più facile agire sulla prestazione.

Il libro rileva soprattutto gli errori ma, anche se può sembrare troppo critico, dà però indicazioni su come evitarli e propone interventi propositivi.

Riguarda lo sport di qualsiasi livello, perché i giovani si differenziano solo per il talento e i modi per scoprirlo e usarlo. Un istruttore, un allenatore o un genitore non sono descritti in modo negativo, ma ne vengono citati metodi e atteggiamenti in modo critico, per rendere chiari i concetti. E non si condanna un metodo al quale essi hanno contribuito ma, in uno sport che tarda a cogliere le novità di un’educazione più adatta ai tempi, qualcosa va cambiato.

1. Il metodo

In un’epoca in cui tutto sembra prestabilito, e propugnatore di un’emancipazione che sa soprattutto di conformismo, il metodo educa alla libertà, da concedere quando i giovani non la conoscono ancora. Il concetto sembra astruso, ma è chiaro se si considera vera la libertà che accetta quella dell’altro, e quindi viene riconosciuta la responsabilità reciproca.

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L’educatore, che nello sport è l’istruttore, non ha fretta, perché lo sviluppo procede per gradi e ogni età va trattata per quello che può dare. Offre un apprezzamento implicito nei suoi modi, e lascia che gli allievi risolvano i loro dubbi, siano liberi di esplorare percorsi nuovi, sbagliare e individuare i modi più utili per scoprire ed esprimere il loro talento. Comprende i loro naturali sentimenti d’inadeguatezza, e non tenta di mascherarli con rassicurazioni vuote. Accetta che sbaglino per superare i loro limiti, perché il coraggio, la sicurezza e l’autonomia richiedono di potersi misurare con nuovi obiettivi. Non nasconde le difficoltà per liberarli dalla paura e non le accentua per stimolare a un maggior impegno perché, se per rassicurarli le

sminuisce o le accentua, non li prepara ad affrontarle.

Apprezza ogni realizzazione o intenzione produttiva, affinché si rassicurino sulla validità delle loro iniziative e si sentano approvati non tanto per i risultati quanto per i procedimenti usati per conseguirli. Non dà soluzioni, ma lascia che le trovino, decidano da soli e le applichino con le loro forze. Li spinge ad affrontare campi nei quali mostrano minori attitudini per valutare i progressi e la capacità di superare i limiti e di scoprire nuove possibilità di azione.

Egli, considera i ragazzi responsabili delle azioni e dei compiti adeguati all’età, lascia che, dentro precisi principi, li affrontino e li risolvano secondo proprie concezioni, pretende che rimedino agli errori, e non abbiano vantaggi dalle trasgressioni e ne paghino le conseguenze. Questo clima non porta all’ingovernabilità, perché le motivazioni più prementi dei giovani sono l’accettazione e l’apprezzamento di una guida stimabile che non li punisce, ma offre un rapporto di stima che li avvicina all’adulto.

2. Formare è anche educare

La famiglia, la scuola e lo sport sono tre grandi agenzie educative e, quindi, è logico trattare la formazione come educazione che forma la persona e lo sportivo. Per capire meglio, occorre considerare tre compiti

dell’educazione, o della formazione, come si può chiamare nello sport. Il primo è formare la persona che c’è in ciascuno e, quindi, non operare su tutti allo stesso modo o cercare di portarli dove si vuole. Ognuno ha caratteri ai quali non si può aggiungere nulla, se non portarli alla massima efficienza. Per lo sport, invece, un giovane dovrebbe dare più di quanto ha ma, se ci crede, accumula indecisione e calo dell’autostima. O chiede di imitare il campione, ma ottiene una brutta copia a spese di ciò che potrebbe dare. Per un genitore, invece, il figlio è sempre il migliore, ma il primo è uno solo, e gli altri, se credono di doverlo essere, diventano degli sconfitti.

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Il secondo è la scoperta e lo sviluppo dei caratteri individuali. A volte, lo sport ritiene che siano gli stessi in tutti e si allenino allo stesso modo, che forse basta per lo sportivo medio, ma non per i più dotati. L’istruttore

che dice che cosa e come fare, opera su qualità che si attribuiscono a tutti.

Inventa compiti e situazioni che esercitano l’apprendimento, utile per le esecuzioni, ma non le qualità individuali che, senza la libertà di fare, scoprire nuovi mezzi, sbagliare e capire dall’errore, non creano il nuovo, e non scopre potenzialità che non conosce. Il terzo è essere credibile, perché lo stile di vita si forma imitando i caratteri del modello adulto che, se adeguato, porta da subito verso la vita adulta.

Il più potente stimolo alla scoperta e allo sviluppo del talento è un gioco in cui si possa provare, sbagliare e imparare dall’errore. Fino alla comparsa del pensiero astratto, che permette di programmare e lavorare per

obiettivi lontani, il bambino vede ciò che è presente, impara dalle situazioni e crea senza provare interesse per schemi non suoi.

La specializzazione precoce, invece, gli chiede di ragionare quando non è possibile, e vuole il gesto preciso quando non possiede la padronanza dei movimenti e non ha ancora scoperto i mezzi per lui più funzionali.

Lo sport trasmette nozioni, ma non opera abbastanza sulla critica e sull’adeguamento di ciò che si acquisisce ai propri caratteri. Questa libertà sembra priva di controlli ma, dietro una guida preparata, è una condizione

vincolata a precise norme e punti di riferimento. Il giovane assume chi lo educa come modello da seguire e raggiungere, ed esprime la libertà nella scelta dei modi più adatti per arrivare ai traguardi che egli indica.

In questo processo in continua evoluzione, l’istruttore arriva alla massima autorità, e abbandona i compiti di controllo e di modello solo da imitare. Diventa l’esperto da consultare, il coordinatore che propone nuove

idee e individua obiettivi da consegnare all’interpretazione e all’iniziativa dell’allievo, che raggiunge la maturità per proporsi e collaborare senza ordini o sollecitazioni.

3. Lo sport che educa

Sembra impossibile che nuotare, correre dietro a un pallone, saltare o impegnarsi in una gara, possa fare ciò che a volte non è possibile alla famiglia e alla scuola, ma dire che lo sport educa non è un’esagerazione.

Purché non sia assorbimento passivo, esecuzione e ripetizione, ha tutto per sviluppare la personalità e preparare già da subito alla vita adulta. Non si limita a fornire schemi funzionali, ma lo abitua a esercitare le prerogative proprie dell’istruttore, come ideare, valutare, scegliere, decidere e progettare dentro limiti e norme che garantiscono il funzionamento personale e collettivo o, in sintesi, a diventare autonomo e responsabile.

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Lo sport può essere uno strumento educativo complesso ed efficace, prima di tutto, perché piace. Educa con il gioco, che cattura l’interesse e l’attenzione, ma sono anche altre e più specifiche le potenzialità adatte a

uno sviluppo globale di chi lo pratica. Di quelle che agiscono sul fisico e sulla tecnica, esiste una vasta letteratura, mentre deve offrire un’uguale attenzione a quelle che influiscono sulla persona.

4. Che cosa cambiare

L’istruttore e l’allenatore, specie nello sport per tutti, spendono impegno e passione, ma mostrano qualche resistenza verso la modernità che conquista altri campi. Lo sport, per esempio, trascura i caratteri del singolo

a vantaggio d’imitazioni impossibili, e così raggiunge l’apprendimento passivo ma non l’intuizione, la critica e la creazione. Attende uno sviluppo spontaneo e indipendente dalla qualità dell’insegnamento, e privo delle

norme che regolano la vita e l’attività dell’adulto. Interviene con strumenti e stimoli che portano a effetti già conosciuti e attesi, ma non a quelli possibili a ognuno. Non allena a sperimentarsi e a trovare altri schemi e trasmette soluzioni pronte, ma non insegna a trovarle e gestirle. Impone una specializzazione prematura e uguale per tutti, che sviluppa qualità comuni, ma ignora il talento, che è diverso per ognuno.

Spesso usa valutazioni non veritiere e stimoli che ignorano le possibilità dell’allievo, e così ne rileva l’incapacità piuttosto che valorizzarlo per ciò che gli è possibile. Comunica nella sola direzione istruttore-allievo, non consente di fare insieme, mantiene le distanze tra i due ruoli e forma uno sportivo incerto quando deve scegliere, decidere e agire da solo. Chiede esecuzioni, mentre dovrebbe lasciar sviluppare iniziative autonome; non lo aiuta a conoscere e regolare le proprie capacità, e pretende che le sappia

amministrare; e, infine, esercita una conduzione direttiva, e si aspetta uno sportivo autonomo e disponibile a collaborare.

IV di copertina

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23 02 20 ARTICOLO

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