Pillole

Il giovane sceglie lo sport per il piacere di praticarlo, ma intanto vive la cultura di un ambiente che cambia rapidamente, impone tanti modelli incerti e lascia poco spazio a un adattamento consapevole, ma non rassegniamoci perché si può fare molto.

In queste considerazioni, si confronta l’ambiente con uno sport che è piacere, esuberanza fisica, esercizio di creatività e iniziativa e possibilità di soddisfare tante motivazioni, dà apprezzamento per ciò che ognuno riesce a fare, e permette di scoprire nuove abilità e occasioni per avvertire il miglioramento. Forse è uno sport ancora soltanto ideale, che presenta rischi in cui il giovane può incappare se non si tiene conto dei suoi caratteri, del momento dello sviluppo e dell’influenza esercitata dall’ambiente.

Il giovane vive una cultura che dà spesso tutto e subito, nella quale basta chiedere per avere, e consente di imporre e pretendere. Può, quindi, appagarsi di privilegi o essere vulnerabile a scelte non costruttive. Se si esercita una pressione autoritaria, sgarbata o anche solo non rispettosa, per esempio, è facile stimolare reattività, disaffezionarlo allo sport o spingerlo a rinunciare. Ha più bisogno di competere per segnalare la propria presenza o non essere escluso e, se non gli si vogliono riconoscere le capacità e i meriti per paura che si appaghi, è possibile che si scoraggi e finisca per sentirsi incapace fino a lasciare lo sport, oppure che accumuli risentimenti anche ostili da liberare in seguito.

È sottoposto a valutazioni e pressioni non misurate e, quindi, è sempre possibile che non acquisisca una giusta consapevolezza delle proprie capacità e non sia motivato a migliorarle o, al contrario, non raggiunga la sicurezza e il coraggio per misurarsi almeno con gli obiettivi possibili. Una formazione fondata sull’apprendimento passivo e l’esecuzione, e quindi a svantaggio dell’autonomia e dell’iniziativa personale, fa sì che cerchi soccorso e sollievo dalle responsabilità anche in ciò che dipende da lui. Ha quindi bisogno di imparare a trovare le soluzioni, e non averne sempre una pronta, ma non sua. E deve essere libero, ed anche sollecitato, ad avventurarsi da solo dove non può ricevere aiuto ed è artefice delle proprie iniziative, che è dove vive il talento e si esercitano la responsabilità e l’iniziativa. Vive le regole come oppressione, ma ha anche bisogno di modelli credibili ai quali riferirsi. Non è sempre attento alle esigenze degli altri, perché lo stimolo culturale oggi è più la rivalità per prevalere che l’intesa e la collaborazione in vista di obiettivi comuni, e per questo arriva con difficoltà al collettivo.

Su che cosa può fare l’istruttore con queste difficoltà dei giovani, è il caso di ripetersi. Rispetti i tempi e le richieste delle varie fasi dello sviluppo, e sia una guida coerente che offre un rapporto educativo concreto; risvegli le motivazioni in modo che torni a progettare; gli faccia vivere le prerogative e le responsabilità del ruolo adulto non sollevandolo dalle responsabilità e facendolo partecipare alla conquista degli obiettivi.

Su un piano più pratico, stabilisca regole non eludibili dentro le quali possa esercitare libertà e iniziativa; non dia soluzioni, ma insegni a trovarle da solo, e lo abitui a conquistare, invece di avere senza merito; non dia riconoscimenti vuoti, ma solo per le capacità e l’impegno; e non lo sollevi dai compiti che gli spettano.

Vincenzo Prunelli

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