Pillole

Qualcuno dice che non mirare oltre i limiti sia un freno alle ambizioni, l’accontentarsi di poco, lasciare possibilità inespresse o favorire l’appagamento. Parlare di normalità come del massimo dell’efficacia, quindi, va contro il pensiero comune che la ritiene contraria all’ambizione, ma rischiare critiche vale la pena, perché chiedere a un giovane più di quanto possa dare, è uno degli errori più negativo della nostra epoca.

L’elogio della normalità

Qualcuno dice che la normalità, cioè non uscire dai propri limiti, sviluppare ciò che si ha e non seguire le illusioni, o che non sognare oltre il massimo sia un limite o un freno, ma in realtà è l’unico modo per raggiungere ciò che è possibile alle proprie forze. Il termine è un po’ generico, ma la potremmo definire lo sviluppo delle proprie qualità, il contatto immediato e consapevole tra sé, i propri mezzi e ciò che si deve fare, e l’autonomia per pensare, creare, decidere e agire. Dalla definizione si può trarre una considerazione: la normalità è ciò che si è o si può essere, senza pensare a stimoli particolari o a mezzi anche illeciti per dare ciò che non si ha, che consente la massima efficacia nella vita e nello sport. 

Nello sport si parla soprattutto di ambizione, che consentirebbe la massima efficacia, e la normalità è interpretata come accontentarsi e rinunciare, l’ambizioso sregolato, oggi, si trova soprattutto fuori. È chi, dalla famiglia e dall’ambiente, patisce l’affanno di dover essere e avere più degli altri, che non riesce a liberarsi da complessi d’inferiorità e a togliersi dalla condizione inaccettabile di non contare. Non ha mezzi per mostrare di valere più degli altri o per cercare riconoscimenti se non attraverso la loro sconfitta. Punta a obiettivi improbabili per essere sopra di tutti, e non trova piacere dal possibile, perché vale solo se vince.

Con tutto il rispetto, è il metodo del commerciante, che chiede cento per avere almeno ottanta, e non c’è nulla di strano, perché la regola è portare i vantaggi dalla propria parte. Se lo facciamo con una macchina chiedendo di stare dietro a una di cilindrata doppia, c’è già una grossa differenza, ma il danno può essere recuperabile. Fonde qualcosa, ma lo può cambiare e tornare come prima. Se, invece, lo facciamo con un bambino, gli creiamo un disagio forse permanente. Immaginiamo di chiedergli sempre, che per lui significa pretendere l’impossibile, il cento, mentre lui arriva soltanto a ottanta di prima.

Ciò che manca al cento diventa un buco nero. Il bambino non impara a costruirsi percorsi o iniziative per raggiungere gli obiettivi, si sente incapace, ritiene inutile provarci e alla fine rinuncia. Di solito, gli esiti sono pesanti. Si pone nella condizione di avere sempre un soccorso e, poiché l’adulto trova l’unico modo nel fare al posto suo, si abitua a pretenderlo con l’incapacità e la rinuncia. Diventa reattivo e incontrollabile, perché trova il modo per pretendere attenzione e privilegi, fino a mettere l’ambiente a proprio servizio. Poiché non riesce a capire che non delude l’adulto per una mancanza sua, sviluppa sentimenti di colpa e inadeguatezza per cui si adagia nell’apatia e nell’inconcludenza. C’è, però, ancora almeno un modo, forse il più crudele, perché è una vendetta: punire l’adulto portando il fallimento a conseguenze estreme, come la droga o la dissocialità per punirlo nelle aspettative.

Come si formano la sicurezza, il coraggio, l’iniziativa, l’autostima o i presupposti di una vita adulta appagante? Il giovane che si trova di fronte a obiettivi che comprende e ritiene alla propria portata, li affronta sicuro di avere le forze sufficienti, non ha paura di fallire, si costruisce il percorso per raggiungerlo e sa di non rischiare un giudizio negativo, ha quanto gli basta per affrontare compiti più difficili ed essere interessato a tentare anche il nuovo, perché non è limitato dall’insicurezza e dalla mancanza di coraggio.

Vincenzo Prunelli

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