Sport

Nei primi anni di sport, il bambino cerca il confronto con i coetanei, la verifica dei progressi, la consapevolezza di poter affrontare nuove situazioni, la padronanza dei propri gesti, il rapporto con l'adulto che lo sa guidare e apprezzare per ciò che fa, il giocare per vincere, ma non ancora per sentirsi migliore degli altri, e l’occasione di superare il naturale sentimento d’incompletezza e il disagio di sentirsi incapace nei confronti degli altri.

Coltivare l’interesse per lo sport

Troppi giovani abbandonano lo sport, ma c’è da chiedersi se non abbiano mai avuto un vero interesse. Spesso, infatti, è scelto dai genitori secondo i loro gusti, perché offre grandi possibilità di guadagno o è più alla moda. Il consiglio è di farlo scegliere ai figli, che sicuramente preferiscono quello in cui riescono meglio o li diverte di più. E senza pensare di trascurarne uno che offre più vantaggi, poiché è impossibile arrivare a grandi livelli in uno sport che non piace, perché lì si arriva con l’entusiasmo e con un impegno sempre al massimo senza dover essere comandato.

Bisogna, poi, tenere conto della differenza tra gioco e sport che, per come sono proposti, hanno tempi diversi. Nel gioco, che non può essere inteso come un lavoro, il bambino trova tutto ciò che gli serve per imparare, tutto si esaurisce al momento, si vince e si perde senza esaltarsi per la vittoria o patire la confitta e subito si ricomincia senza portarsi dietro presunzione o risentimento.

Ciò non significa semplicemente parlare di passatempo nel quale non conta ciò che si sta facendo. Ogni sport ha caratteristiche proprie, e in qualche modo impone condotte specifiche e presuppone che si giochi per anche vincere, ma occorre ancora definire i modi. Per coltivare l’interesse per lo sport in un bambino o poco più oltre, occorre non costringerlo a giocare con l’obbligo della vittoria e magari di misurarsi contro forze impari, di imparare imitando gesti non propri, perché ha bisogno di misurarsi senza andare incontro a un giudizio, di scoprire di avere imparato qualcosa e di essere più capace ogni giorno. Immaginiamo come, per esempio nello sci, un principiante possa cercare di riprodurre il gesto tecnico del campione quando l’unica attenzione è acquisire un buon equilibro e stare in piedi. Nel calcio, dove dovrebbe provare il gesto del fuoriclasse quando ha difficoltà a eseguire quello che gli consentono i suoi mezzi. Oppure nel basket, dove qualche amante di un arido tecnicismo vuole insegnare i gesti spezzettandoli per poi farli ricostruire perfetti, come se il talento fosse governato dalla ragione e non dall’immediatezza della creatività e dell’istinto.

Ciò non significa che non si possa insegnare nulla, ma occorre trasformare l’attività in un gioco che dà piacere. L’abilità dell’istruttore è inventare giochi che nell’esecuzione comprendano il gesto che vuole insegnare, sempre semplice e possibile, perché le richieste non realizzabili sono ostacoli allo sviluppo.

Si può parlare di sport più tardi, quando inizia a contare prima di tutto la vittoria, e dove ci sono già le basi per viverlo anche come lavoro e si fatica anche senza provare piacere. Nello sport di vertice, il compito più complesso è mantenere vivo l’interesse. Qui, chi non tiene il passo prima è isolato e poi è escluso, non s’impara più soltanto giocando, ma si devono assimilare gesti degli adulti, e tanti sono ingaggiati per completare le squadre, perché è difficile trovare tanti talenti da mettere subito insieme. L’insegnamento diventa soprattutto trasmissione d’indicazioni da mettere in pratica, e l’attività tentativo di acquisire le qualità e i modi dello sport adulto. La possibilità di provare e di sbagliare cercando il nuovo sarebbe ancora più utile per scoprire e allenare le qualità del proprio del talento ma, al momento, si tenta di più di perfezionare ciò che si conosce piuttosto che lasciare che ognuno cerchi di scoprire ciò che non conosce ancora, in pratica, tante qualità del talento che rischiano di estinguersi.

Nello sport per tutti, se non si tentasse troppo spesso di imitare le tecniche più raffinate, come usare i metodi della cantera del Barcellona nella squadretta di borgata, o non coltivare illusioni assurde, sarebbe più facile mantenere vivo l’interesse. Anche qui, in ogni caso, ha più importanza lasciare che lo sport resti un gioco in cui s’impiegano i propri mezzi invece che cercare l’impossibile.

Vincenzo Prunelli

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