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La crisi può dipendere da trasgressioni, mancanze o ribellioni, ma questi casi hanno cause chiaramente individuabili che di solito coinvolgono anche la società e l’allenatore e hanno bisogno d’interventi diversi. Vogliamo parlare di crisi che non hanno colpevoli, che durano nel tempo e sono di più difficili da capire e risolvere.

La squadra: come uscire dalla crisi.

La crisi può essere un modo subdolo per ribellarsi. In questi casi è in crisi anche l’autorità dell’allenatore, che deve cercare i motivi che dipendono da lui e correggerli, ma non sempre basta. A volte ha a che fare con soggetti intrattabili, e allora è il caso che l’autorità se la riprenda da solo e, se non ce la fa, allontani chi si dimostra incorreggibile.

Quelle che durano di più e non hanno colpevoli sono più difficili da capire. Spesso vengono dopo periodi di risultati negativi, che minano la fiducia e fanno affrontare le gare solo per evitare la sconfitta, che è il modo per soffocare creatività, iniziativa, agonismo e talento. E, inoltre, non basta avere tutto per non avere mai tristezze o cali inspiegabili.

Le cause.

Nello sport di alto livello si parla subito di voglia e professionalità che mancano, come si trattasse di requisiti che si possono acquisire con la volontà, oppure di un'intenzione da reprimere con una punizione, un ritiro prolungato o una multa. È la tipica reazione del tifoso invasato, o anche dei livelli più elevati, che esaltano alla follia lo sportivo che vince e odia nella stessa misura quello che è in crisi. “Con quello che guadagnano, non possono vivere in un’apatia rassegnata, nell’ingratitudine verso noi che siamo quasi artefici dei loro successi. Non possiamo tollerare di essere delusi”. Oppure, “con quello che li pago, non possono giocare senza voglia”, dicono i responsabili delle società. E gli allenatori, dopo un po’ d’indulgenza e negazione della realtà, alzano le braccia perché la crisi non dipende da loro. Nello sport minore, dove il giocatore non è un privilegiato come si vorrebbe essere tutti, ma soltanto uno che fa divertire, di solito il bersaglio diventa l’allenatore, che non capisce e le sbaglia tutte, e l’ostilità si scaglia più facilmente sull’avversario di giornata.

Ci sono le crisi che vengono da trasgressioni e cattive abitudini, perché si parla di un’età in cui il guadagno facile, il successo pone in primo piano e gli ormoni non sono facilmente dominabili. In questi casi, pur non parlando di punizione, che porta sempre qualche forma di reazione, è il caso di fare un patto tra adulti, anche se è implicito un controllo: per ogni elusione delle regole, è stabilita una conseguenza certa e non trattabile. Per quanto riguarda le crisi momentanee, che possono coinvolgere tutta la squadra e sembrare inspiegabili, le prime cause, di solito, sono non avere avvertito tensioni o disagi pronti a manifestarsi, avere commesso qualche ingiustizia o essersi proposti in modi che li hanno fatti reagire e resi ostili.

Bisogna, però, anche fare i conti con la realtà. Tutti, privilegiati o meno, abbiamo cali di endorfine, serotonina, dopamina e altre sostanze che regolano l’umore. Spesso non si sa perché, ma ci sono periodi in cui calano l’entusiasmo, l’iniziativa e la lucidità, fino a vere depressioni più frequenti e inevitabili di quanto si creda. Occorre tenerne conto e non affrontarle secondo il buon senso comune, che il più delle volte le aggrava.

Che cosa fare o, forse meglio, evitare.

Si parla di sudore, lavoro duro, rinunce e sacrifici, ma l’impegno, specie quando è imposto e mancano interesse e maturità per scelte anche gravose, non si stimola con i disagi, spingendo i giovani a dare di più o umiliandoli perché reagiscano con l’orgoglio, e neppure volendoli aiutare con soluzioni ovvie o facili perché, in chi non riesce a fare ciò che vorrebbe aumentano il senso d’impotenza e insicurezza.

Troppo sport la pensa ancora così, ma non si può pensare subito a scarso impegno, mollezza o capricci da castigare, perché nessuno entra in crisi perché lo vuole. Non ha senso accusare giovani entrati in un periodo critico di cui non conoscono le cause e non riescono a uscirne nonostante l’aumento dell’impegno. Significa attribuirgliene la colpa e credere che basti sminuirli per convincerli a impegnarsi. Quest’affermazione non giustifica tutti e non vuole dire fare nulla. Occorre arrivare alle cause, e l’allenatore lo fa almeno interessandosi, affinché chi è in crisi sappia che non lo condanna, ma lo vuole aiutare. Forse è calato il tono dell’umore e dell’autostima, ha perso sicurezza, gioca per non sbagliare e finisce per sentirsi colpevole, e queste sono condizioni per abbattersi di più, e non per riprendersi.

Si spieghi, li ascolti e ne colga le preoccupazioni, e li abitui a confrontarsi e a trovare le soluzioni tra loro, per non sentirsi soli contro difficoltà e dubbi che non comprendono. Li alleni a dare quello che hanno, tanto o poco che sia, senza farsi condizionare dalla vittoria e dalla sconfitta o dal momento più o meno felice e, se sono pochi, li faccia giocare come gli altri. E, per creare condizioni nelle quali sia difficile che possano nascere, non lo faccia soltanto quando i problemi si presentano, e insegni a risolverli subito, e a non farsi travolgere.

Vincenzo Prunelli

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