Pallacanestro

Unità s. f. [dal latino unĭtas -atis, derivato di unus «uno»] … Con riferimento a grandezze fisiche della stessa specie, si dà il nome di unità di misura a una grandezza di quella specie, assunta, eventualmente con i suoi multipli e sottomultipli, come campione e termine di confronto per la misurazione di tutte le grandezze di quella specie. Tali campioni, dal 1799, erano costituiti da prototipi dell’unità di misura in questione (metro campione, chilogrammo campione, ecc.)

 

Da allenatore si guarda sempre ai migliori. Si copiano provando a carpirne ogni segreto, si aspira ad allenarli e al contempo a fare dei propri atleti una loro proiezione. A volte, i migliori rischiano di trasformarsi in un dogma immutabile, una sorta di unità di misura dalla quale mai scostarsi se non per essere mediata e contestualizzata al livello di ognuno.

In tutto questo, ci costruiamo delle immagini che, di fatto, replicano i gesti e le movenze dei campioni. E queste diventano il primo termine di paragone per ogni correzione una volta proposta l’esercitazione, l’azione o il movimento.

Lo ritengo un istinto naturale, un’ammaliante attrazione, una doverosa fonte d’ispirazione, ma come tutte le cose positive, con il suo rovescio della medaglia.

L’esempio sicuramente può aiutare a contestualizzare il gesto, a non renderlo astratto.

Tante volte un allenatore è per sua fortuna un bravo ex giocatore, in grado di fornire un esempio valido sul campo, altre il richiamo della panchina arriva dal fatto di averla conosciuta a lungo durante la propria carriera con la palla in mano. L’esecuzione del campione, a quel punto diventa metodologicamente anche un valido modo di proporre un esempio corretto, se non ci fosse la possibilità di essere il riferimento da copiare. Inoltre la tecnologia ha fatto sì che ormai da oltre un decennio ci sia una quantità infinita di brevi video utili alla causa, da proporre e utilizzare per dare uno stimolo visivo che derivi e che aiuti a immergersi nella realtà.

Quell’esecuzione è il nostro obiettivo ma, come tutti gli obiettivi, per motivare dev’essere mediato, assecondato, gestito per essere in qualche modo raggiungibile attraverso la pratica e l’errore.

A volte la perfezione, o quella perfezione, esiste solo nel campione e noi non possiamo avvicinarci a quello che vorremmo replicare, nonostante i continui tentativi.

Mi sono sempre chiesto fino a che punto si possa chiedere ai propri atleti di riprovarci; fino allo sfinimento o considerare che per qualche ragione la soluzione trovata dal giovane atleta non sia così sbagliata?

C’è un punto dove cambia la prospettiva. Come per il marinaio che, una volta imparata la solida teoria sulle carte nautiche, diventa sempre più libero di affidarsi a istinto e tecnologia.

Nella pallacanestro c’è quel momento dove la creatività può superare il fondamentale, nella teoria solido, rigoroso, preciso, pulito. Eppure mai per forza immutabile, tanto che, proprio i campioni che vorremmo imitare, sono stati i primi a contribuire all’evoluzione (chiamatelo perfezionamento) del gesto.
Insomma, partendo dall’esempio, si può prendere una strada e provare a seguirla senza per forza ricalcarla, a patto di trovare una propria efficacia, cambiando a quel punto il metro di paragone.
A noi allenatori, il difficile compito di trovare il giusto equilibrio tra insegnare e lasciare provare, schivando l’immobilismo della tecnica e l’esasperazione delle richieste.

Per fortuna, peraltro: che mondo sarebbe se il talento non fosse altro che una mera questione quantitativa? A quel punto i più bravi sarebbero solo quelli che più si allenano. Vero, ma non sempre. Perché a dare fascino e a discriminarci c’è quella componente di mistero, di carattere, di qualità fisiche, di coordinazione, di forza, che rendono speciali.

Alfredo Binda, ciclista degli anni ’30 che addirittura fu pagato per non partecipare al Giro d’Italia perché avrebbe tolto interesse alla corsa, talmente era favorito alla vittoria finale, era un fenomeno. Ma aveva capito allo stesso tempo che, mentre i compagni di allenamento rientravano a casa, era un’ultima fatica in salita a fare tante volte la differenza nei confronti degli altri.

Nella quantità – e in uno sport dove allora come oggi la potenza e la resistenza hanno la predominanza – aveva comunque inventato un modo diverso di allenarsi.

Ma, nella pallacanestro non basta la quantità. 

Andrea Manetta

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