Sport

Il fair play nello sport, che si può chiamare “gioco pulito”, scoperta e sviluppo del talento o formazione alla vita adulta, all’autonomia e alla professionalità, inizia dai primi contatti con lo sport.

Lo sport è sempre fair play?

Al termine fair play si dà un senso troppo limitato. Non significa soltanto essere buoni, corretti e rispettosi verso gli altri in gara e fuori dal campo. È giusto, però, parlare di etica, lealtà e ogni forma di rispetto per gli altri, e quindi un plauso a chi ogni tanto ravviva il problema, ma con gli appelli alla correttezza è difficile cambiare qualcosa che è abituale. Basta ricordare l’insistenza dei richiami al fair play nei templi dello sport, magari dopo una gara ai limiti del tollerabile, che non placano neppure gli animi del momento. Oppure, un torneo di calcio per giovanissimi con la partecipazione di squadre di élite per dimostrare che si può giocare pulito anche senza arbitro, con i giocatori che “confessano” il fallo e si sanzionano da soli, e vince la squadra più corretta. Non basta, però, una recita da “tutti buoni” per cancellare abitudini assunte dalle prime età nello sport, perché si vedeva l’impaccio di giocare una partita da salotto. O, ancora, l’ultima proposta del Settore Giovanile, che suggerisce, all’ingresso in campo, di far accompagnale i giovani atleti dai genitori della squadra avversaria. Non serve a molto, perché alle cerimonie e prima della partita tutti si vogliono bene, ma è saggio perché, se fatta dopo, ai vincitori si dovrebbe verificare l’integrità della mano.

Troppe buone intenzioni, ma nessun accenno al molto di più che lo sport pulito può dare in termini di sviluppo del talento e della persona, rendimento e longevità agonistica. È accettato che il fair play renda migliori, anche se più ingenui, lo sportivo e l’uomo, ma non che faccia vincere prima, meglio e più a lungo; che essere padroni dei propri impulsi, evoluti e responsabili, cioè giocare usando il proprio talento, è sempre un gran vantaggio. Sul pratico, il fair play si può definire pratica dello sport pulito, cioè usare al meglio tutte le risorse che si possiedono, non perdersi in intenzioni estranee al gioco, o non mortificare il talento. È coraggio, sicurezza e decisione di fronte alle situazioni, prontezza, iniziativa e autocontrollo. È più un modo di essere che una tecnica e, nella mente, è uno stato lucido e consapevole che l’atleta conosce e padroneggia, il top del rendimento, e l’attivazione necessaria e non l’eccesso. Non è, quindi, uno scostarsi e lasciare il passo al violento, il “fare i buoni mentre gli altri picchiano” o, in pratica, i cattivi che vincono sono preferibili ai buoni che perdono.

Lo spregio del fair play è un limite che pesa su rendimento, iniziativa, concentrazione e padronanza della situazione. Sostituisce l’apprendimento e l’uso del gesto tecnico con il trucco, la furbizia o l’aggressione. È un blocco allo sviluppo del talento perché, per scoprirlo, occorre essere lucidi, e poter sbagliare, e la creatività e l’ingegno hanno bisogno di prove, con possibili errori, e di correzioni. È quando s’impiega un’aggressività non controllata nella direzione e nell’intensità, e si associa con termini quali rabbia, cattiveria, aggressione, odio e furore. Oppure si giustifica tutto con il pieno di adrenalina, che serve per agire d’istinto di fronte a un pericolo, ma a spese dell’ingegno e della lucidità per usarlo. Inoltre, il giovane più dotato è costretto a usare la propria maggior tecnica verso compiti estranei al gioco, si deve adattare a modi che gli altri usano meglio e va oltre il giusto livello di attivazione, con calo del rendimento per coinvolgimenti fisici e sempre maggior difficoltà a usare la tecnica e la mente. Per essere efficaci, quindi, non basta, parlare di etica, civiltà, maturità o lealtà, perché queste ci sono o non ci sono. E quando non ci sono, fingere di averle e continuare a credere che con i giovani conti solo vincere oggi, diventa addirittura un freno.

Vincenzo Prunelli 

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