Lo sport

Non apprezzare un giovane per ciò che è e ciò che può fare significa non stimarlo, che è una delle motivazioni più importanti dell’educazione.

Il genitore del campione in erba

L’articolo di oggi è rivolto al genitore convinto di avere un ruolo decisivo nel dare al figlio ciò che non ha. Forse in ogni genitore, verso un figlio che inizia uno sport, c’è l’illusione che sia un possibile campione o che basti trattarlo come tale perché lo diventi. È, però meglio sapere che quelli veri sono rarissimi, fanno in fretta a rendersene conto da soli e c’è subito chi li prende in carico e allontana i genitori toppo invadenti.

C’è chi è convinto che attribuire a un bambino più qualità di quelle che possiede sia lo stimolo all’ambizione e a un maggior impegno, ma credere di avere tanto potere nasconde un disagio personale. C’è anche chi crede soltanto di aiutarlo a riuscire meglio per avere più soddisfazione dallo sport, ma neppure queste manipolazioni sono innocue, perché le stimolazioni finte sono inefficaci per ottenere risultati impossibili e ostacolano quelli possibili. Se il giovane ci crede, si trova nella condizione di doverlo dimostrare, ma la realtà è impietosa. Deve prendere atto di non essere all’altezza di valutazioni alle quali aveva creduto, e le conseguenze sono lo sviluppo di un senso d’inadeguatezza che può anche diventare definitivo e il rifiuto di misurarsi dove non è certo di prevalere. Non mette l’impegno e gli strumenti possibili perché, dovendosi valutare solo sul risultato e i gesti perfetti, non ha potuto sperimentare situazioni nuove e scoprire tante qualità che si manifestano quando si può creare con il proprio ingegno e non solo eseguire. Oppure, può non vedere i propri limiti, fare poco per superarli e pretendere di essere ossequiato, ma gli altri non sono mai d’accordo e reagiscono isolandolo.  Se, invece, non ci crede, si rende conto di essere manipolato e non apprezzato almeno per ciò che può dare. Perde fiducia nei confronti del genitore e nei contributi che in ogni caso sa dare, accumula ostilità o, almeno, distacco e indifferenza, ma anche disistima, perché si rende conto che lo ha usato per neutralizzare i propri disagi.

Il genitore che pretende costruire il successo del figlio fa anche ciò che ritiene necessario per favorirlo. Probabilmente non se ne rende conto ma, per non scontentarlo ed evitare opposizioni, passa facilmente sopra ogni mancanza purché riesca nello sport. Per esempio, nella scuola è meno esigente o, come diceva il responsabile di un importante settore giovanile prima che ci si rendesse conto che per diventare ciò che è possibile occorre crescere come persone, “ne ho visti tanti che per colpa della scuola non sono riusciti nello sport”. Cerca di insegnargli trucchi e vie traverse per avvantaggiarlo, ma ognuno, e di più il campione, diventa ciò che gli è possibile con le proprie qualità e non con furbizie e modi furtivi, che prima impediscono di scoprirle e, poi, le nascondono.

Per il figlio, crea condizioni emotive dannose e difficilmente tollerabili, come l’eccesso di tensione per stimolare l’obbligo di vincere, che quasi automaticamente si trasforma nella paura di perdere, e non tentare nulla di personale, che è l’unico modo per scoprire il proprio talento. Le lezioni a casa e la pretesa di sostituirsi all’allenatore, che deve pensare a tutti e non favorire uno solo, che creano inutile confusione, come ogni volta che si vogliono insegnare le stesse cose in due modi diversi. E la trasformazione di ogni gara nella prova della vita, e ogni avversario da affrontare con il coltello tra i denti perché troppo forte, che incidono su sicurezza e lucidità, che sono condizioni essenziali per l’agonismo.

Vincenzo Prunelli

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