Pillole

Uno sportivo famoso non dovrebbe mai andare in crisi. Un po’ per tutti, ma in particolare per il tifoso, il critico sedentario o l’indignato, non può: guadagna, è costato molto, fa una vita dissoluta è un immaturo oppure, semplicemente, non s’impegna o non è riconoscente.

Uno sportivo famoso in crisi

A volte, in questi giudizi, c’è qualche ragione, ma è troppo facile. Un’attività che richiede assenza di pensieri di disturbo, lucidità, e prestazioni al massimo è diversa dal lavoro in cui s’inserisce l’automatico e si può pensare ai fatti propri. Anche a scrivere, per esempio, ogni tanto si hanno cali d’ispirazione senza motivo. Si cerca di fare, ma ci si sente distanti, annebbiati e incapaci di mantenere l’attenzione, ma si ha la vita più facile: si scrive un pezzo di minore impegno o si prende una pausa. In una gara di alto livello non si può. O si vince o si perde e contano le condizioni del momento, perché il rendimento è brillantezza, sicurezza, immediatezza, benessere fisico e convinzione di potercela fare, e non semplice volontà, adrenalina o maggior impegno contro la paura di perdere.

Essere in crisi sembra una colpa, eppure chiunque ha vissuto un periodo, o anche soltanto un giorno, in cui è stato attivo e sicuro di potercela fare, e un altro da scoraggiato privo d’iniziativa senza trovare o capire il motivo. Spesso, quindi, una caduta anche prolungata del tono dell’umore, con calo di vitalità, ottimismo, iniziativa, energia fisica e brillantezza, può sembrare del tutto inspiegabile, ma si calcola che possa interessare una parte consistente della popolazione. Periodi di tristezza, perdita d'interesse o piacere, bassa autostima, apatia, astenia, scarsa concentrazione o patimenti eccessivi per problemi di scarsa importanza, invece, sono molto più frequenti e possono passare quasi inosservati, ma avere effetti sul rendimento.

Lo sportivo di alto livello esercita una professione che gli impone di essere sempre al massimo, e i cali sono subito visibili. Le cause possono essere fattori naturali, come un calo di forma per questioni fisiche, le difficoltà di adattamento a un ambiente estraneo e abitudini nuove o un impatto non subito amichevole con i nuovi compagni, ma è sempre meglio andare a fondo per non peggiorare il caso.

Le cause psicologiche a volte sono più misteriose o uno stato di tensione per il timore di non soddisfare attese sentite come sproporzionate o anche soltanto l’arrovellarsi per cercare un rimedio che non si sa trovare. In gara avviene che le intenzioni vadano a vuoto per un eccesso di attenzione a non commettere errori, che sembra logico, ma blocca gli automatismi, che sono l’essenza del gioco. In pratica, si ricorre al ragionamento perché si ha paura di agire d’istinto, ma il talento è fatto di certezze che si perdono quando sono sottoposte a un controllo. O, semplificando, si esce dalla condizione naturale che si ha quando si raggiunge il rendimento massimo, e per mettere in atto gesti e stati d’animo che lo ostacolano. Si perde la fiducia dei compagni, o magari si è soltanto troppo impacciati dal timore di perderla per un errore o per l’impaccio a rispondere a una proposta di gioco.

A volte, per risolvere una crisi, bastano un intervento straordinario o un gol, come avviene per esempio nel calcio, e allora si cerca di aumentare l’adrenalina per dare più spinta ma, in questo modo, si aumentano la tensione e l’isolamento dal collettivo. Spesso lo sport lo fa ancora, perché vede la soluzione nell’aumento dell’impegno fino a farlo diventare frenesia, furore agonistico o buttarsi allo sbaraglio. Oppure insiste con l’orgoglio e magari la colpevolizzazione, che sono reazioni a una sconfitta e i veri freni al rendimento, mentre chi è in crisi, ha bisogno di sicurezza e fiducia nelle proprie forze, coraggio e consapevolezza di sapersi imporre, che ne sono i veri fattori.

Che cosa serve? Nella mente di chi non riesce a uscire dalle difficoltà, ci possono essere tanti motivi, perlopiù sconosciuti soprattutto a lui. Poiché, però, ogni disagio ha una soluzione adatta o, almeno, in qualche modo utile, occorre cercarla senza tentare di indovinare, perché i motivi sono diversi per ognuno e a qualsiasi livello di profondità, dove intrusioni avventate possono essere pericolose.

Il più delle volte, nello sport si parla di “lavorare di psicologia”, e si va dalle accuse di scarso impegno fino alle punizioni, al richiamo alle responsabilità e alle iniezioni di finto entusiasmo. Tutte semplificazioni maldestre, però, che portano chi è in crisi a credere di non poterne uscire e, alla fine, a portare qualcuno a rassegnarsi.

Vincenzo Prunelli

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