Le domande dei genitori

In un bambino, o appena più tardi, possiamo intravvedere le potenzialità di un campione, ma è opportuno che non lo sappia. Limitiamoci ad apprezzare ciò che sa fare oggi, che è il modo più efficace per stimolarlo a imparare e impegnarsi per scoprire fin dove riuscirà ad arrivare domani.

Per stimolare un giovane, basta parlare di successo?

Noi adulti siamo giustamente convinti che più il premio è appagante, anche se lontano, più ci impegniamo per conquistarlo. Al bambino (chiamiamolo così almeno fino ai dieci anni), invece, che vive qui e ora, non sa progettare e non è sollecitato da ciò che non riesce a vedere e, soprattutto non gli da subito piacere, non possiamo darlo come obiettivo sicuro. Il bambino lo può immaginare con la fantasia, ma non è pronto per accettare il lavoro necessario per conseguirlo. Consideriamo tutti i controsensi di questa richiesta in un bambino che deve ancora formare il carattere e, quindi, raggiungere la sicurezza e il coraggio per fare qualcosa che non conosce ancora, imporsi una fatica che non paga subito. Prova e sbaglia, ma non ne patisce, perché non deve svolgere un compito e arrivare a dei risultati, ma si rassicura se riesce a superare i limiti attuali.

Si continua a credere che gli errori educativi, almeno prima dei dieci anni, non siano gravi e al massimo siano interventi in buona fede e non lascino conseguenze. Vediamo alcune considerazioni. Se lo stimoliamo a dare di più al fine di confermare il nostro giudizio, gli chiediamo più di quanto può dare, e la constatazione di non essere all'altezza è sempre scoraggiante. Quando manca ancora il senso critico per capire che queste attese sono nostre e non possono essere soddisfatte, a volte si convince di non essere all’altezza in tutto, accumula insicurezza e, addirittura, se ne sente in colpa. Ciò non significa che non desideri diventare un campione, ma solo perché è il suo eroe e lo vede importante come qualsiasi personaggio dei fumetti o dei cartoni animati. Lo sogna e si sente come lui, ma non accetterebbe mai di faticare, di rinunciare al piacere del momento o di lavorare quando non ne ha voglia solo per diventarlo.
Nel preadolescente, e più ancora nell'adolescente, l'idea del successo è più concreta e può diventare uno stimolo adeguato, ma anche a queste età non si possono abbandonare le cautele.  Se si tratta di un talento soltanto per noi, è una manipolazione di cui il giovane, se è fortunato, si rende conto: capisce che è un complesso nostro, che lo usiamo per cancellare delusioni che abbiamo accumulato per avere fallito i nostri obiettivi o anche soltanto per gloriarci come genitori del campione. E allora perde stima nei nostri confronti e, facilmente, rifiuta anche i contributi educativi che sarebbero efficaci. Se, invece, non si rende conto, non riesce a capire quali sono le proprie forze reali, e quindi a usarle al meglio, non rischia soluzioni originali perché ha paura di sbagliare e di doversi ridimensionare, oppure tenta di creare fuori misura perché non tiene conto dei propri limiti e non ha il senso critico per essere costruttivo. E perde il contatto con altre opportunità più accessibili e con la realtà stessa, perché gli altri non accettano qualcuno che ne vive fuori.

Se è un talento vero, lo sa già da solo di avere prospettive concrete, senza che glielo diciamo noi. Potremmo insistere troppo con le parole, che non stimolano più neppure un adulto, e i giudizi se ci delude, trasformare lo sport in un lavoro che non diverte e spegnere le sue motivazioni, che sono gli stimoli più efficaci perché s’impegni.

E, infine, ricordiamo che al successo arriva uno su decine di migliaia che ci provano, e molti talenti si perdono perché si stufano di sport.  Allora, come fare perché non accada? Riconosciamo a chi ha più talento i suoi meriti senza aggiungere nulla di più e senza paura che si appaghi, diamogli fiducia e libertà perché faccia tutto quello che si sente di fare e valorizziamo l’impegno e l’iniziativa personale che esercita da solo.

 Vincenzo Prunelli

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