Formazione

Chiunque, nella famiglia, nella scuola e nello sport, abbia a che fare con i giovani, ha il compito di educare, che può esercitare in modo positivo o negativo. Oggi tracciamo un’immagine di quello positivo che, se capito, va soltanto ricordato ed esercitato, e diventerà una traccia per educare. Questa trattazione interessa soprattutto la famiglia e lo sport, ma dà alla scuola l’opportunità di valutare i propri metodi.

L’istruttore e l’allenatore che cerchiamo (Secondo)

Possiamo definire educatore chiunque abbia effetti sullo sviluppo della persona in tutti i suoi caratteri. Si presenta come figura sempre stabile, coerente e obiettiva, anche se evolve e si adatta all’età e ai caratteri dell’allievo. L’educato lo assimila come modello nello sviluppo, tanto che si può dire che prepara la vita adulta già nel bambino. E il giovane è sempre pronto a seguirlo e, quindi, è da raggiungere, ma è sempre pronto e creativo per non essere raggiunto.

È una figura reale, perché è consapevole dei propri limiti, e li cerca e li riconosce per poterli correggere. Le esperienze fatte nella propria formazione o nell’attività sportiva trascorsa possono essere sufficienti per iniziare, ma se non acquisisce nuove conoscenze e non impara da ogni giovane che educa, facilmente forma figure simili a se stesso, e non quella che potenzialmente c’è in ognuno.

Conosce e trasmette le regole del mondo in cui vive, che è essenziale per sviluppare la socializzazione e il senso di appartenenza a un ambiente più vasto. Possiede e sa anche interpretare tutte le conoscenze che deve trasmettere e conosce gli effetti dei propri interventi. Impara anche dal proprio lavoro, perché si adatta all’età e ai caratteri di chi sta educando, e in questo modo evolve insieme con lui, altrimenti conduce un semplice addestramento che condiziona, ma non educa.

Ha il massimo di autorità e non ha bisogno di imporre il proprio ruolo, perché sa ottenere senza comandare. Poiché sa “parlare con” e conosce gli effetti del rapporto (vedi sito), rende il giovane parte attiva di quanto sta imparando o facendo, e in questo modo gli permette di partecipare e decidere per quanto gli è possibile, ne sviluppa la creatività, l’iniziativa e l’autonomia, e forma un adulto libero, e non un puro esecutore.

Non usa i soliti incitamenti formali, ma le motivazioni di ognuno, che sono gli incentivi più efficaci, perché vivono dentro di noi e non hanno bisogno di essere stimolati.  Pensiamo, per esempio, al piacere del gioco, che non si estingue mai. All’apprezzamento sincero e non finto da parte dell’adulto, che incoraggia e garantisce dalla paura di un giudizio per un errore. Alla richiesta di prestazioni possibili che gli permettono di capire e vedere possibile quanto gli è chiesto. Al prendere atto dei miglioramenti e al sentirsi adeguato anche di fronte al nuovo. Alla possibilità di decidere che cosa sia meglio per lui, che gli conferma di contare e di essere più vicino a chi lo educa. In questo modo, l’educatore opera per ridurre la distanza tra i rispettivi ruoli, e non ha paura di essere superato dall’allievo. Detto in altro modo, escludendo le acquisizioni personali e tenendo conto che ognuno è unico e diverso, l’educatore trasmette i propri modi e carattere adulti, che l’allievo assimila, e ai quali somma i tratti che sono soltanto suoi.

Dal discorso fatto nella prima parte, si potrebbe pensare che un giovane lasciato a se stesso quasi freni il proprio sviluppo, ma i tempi sono cambiati, e i modelli sono molti, e non tutti rassicuranti. Il giovane è a contatto con un’infinità di modelli, di cui tanti sono artificiosi e irreali. Occorre educarlo perché non assuma quelli sbagliati o ne sviluppi uno proprio lontano dal reale come, per esempio, avviene a tanti che si sono allontanati dalla vita comune per comunicare solamente con internet o i social, fino a ritirarsi dal mondo reale e viverne uno privo d’interessi.

Vincenzo Prunelli

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