Pillole

Nello sport, dove il risultato è legato alla qualità di ogni prestazione, serve essere lucidi, capaci di mantenere costante l'attenzione e non disturbati da stimoli difficili da controllare.

Spesso, invece, si vedono ansia e attesa preoccupata, o un'euforia finta. E i risultati sono lo sportivo poco lucido, attento a non sbagliare piuttosto che a imporre il proprio gioco, preso in una condizione emotiva che lo ostacola o lo fa andare oltre il lecito, timoroso e non padrone dei propri mezzi, estraneo alla situazione, sopraffatto dalle difficoltà della gara e non capace di trasformare tutte le energie in prestazione.

La causa può essere la disattenzione verso gli effetti di certi interventi o la convinzione di dover stimolare l’impegno come, per esempio, tenere i giocatori in dubbio sulla formazione per mantenere alta la carica e riparare dai cali di tensione. Si vuole evitare che i titolari si sentano troppo rassicurati e allentino l'impegno, gli incerti si deconcentrino e gli esclusi si adagino o boicottino. In questo modo, non si aiutano quelli tenuti sulla corda, che si caricano di tensione invece di rassicurarsi, quelli che si pensano esclusi, che si abbattono e quelli sicuri del posto, che non hanno nulla da temere.

Per stimolare impegno, si esagera l’attenzione sulla gara fino a drammatizzarla. Si vuole fare un pieno di concentrazione ed energia, ma i giocatori non sono batterie per auto o molle da caricare perché scattino a comando. Il rendimento è una condizione che col tempo si è costruita e sedimentata nella mente e si richiama all’istante, uno stato della mente già vissuto che basta non soffocare perché si liberi all’istante, mentre tutto ciò che si vorrebbe fare per sollecitarla diventa un velo che la nasconde.

Corpo e mente seguono regole diverse. Il primo ottiene il rendimento possibile con l’allenamento. La seconda, invece, è intralciata dagli stimoli esterni e, se troppo sollecitata, lo limita. Patisce le pressioni che sconvolgono l’equilibrio che si ottiene con la somma di sicurezza nelle proprie forze, coraggio per mettersi alla prova, piacere di misurarsi e condizioni favorevoli già vissute e sedimentate nella memoria. In altri termini, è al massimo dell’efficacia quando è libera da dubbi, tensioni e pensieri che creano ansia.

Un eccesso di tensione ha sempre effetti sfavorevoli. Per esempio, esagerare l'importanza di una gara per avere più slancio e decisione ingigantisce le forze dell'avversario, crea paura di perdere e rischia di far passare a un livello di attivazione eccessivo che consuma energie, provoca insicurezza e paura di non farcela. Oppure, fare una preparazione diversa e insistere su manovre per neutralizzare l’avversario disturba abitudini e schemi collaudati, crea paura di perdere e impaccio nell’azione, e annulla l’effetto di contromisure magari solo superstiziose ma anche rassicuranti. È vero che uno sportivo dovrebbe essere formato per giocare al meglio qualsiasi gara e affidarsi a se stesso e non ad alchimie cervellotiche, ma sembra ancora un discorso prematuro.

Per l’allenatore, a volte è difficile anche solo nascondere la tensione. Si fa vedere preoccupato perché lo siano anche i giocatori, cerca di stimolare determinazione per convincerli a mettere tutto l’impegno, ma non è utile a quelli che hanno paura né a quelli tranquilli, che non ne hanno bisogno. Oppure, usa la carica, la maglia o il richiamo a doveri che non hanno bisogno di essere suggeriti. Se il giocatore gli dà retta, rischia di non sentirsi pronto e di non sapere come cavarsela da solo, perché la mente segue una sua logica: se si crede di dover dare sicurezza e coraggio, se ne rileva la mancanza e si procurano insicurezza e paura.

Vincenzo Prunelli

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